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Appunti dalla quarantena #5

L’atmosfera di sospensione in cui tutta Italia è immersa a causa dell’emergenza Corona Virus, porta con sé riflessioni, contraddizioni e cambiamenti di un “tempo nuovo” che è ancora tutto da decifrare. Abbiamo chiamato a raccolta le nostre penne (e oltre!) per condividere brevi pensieri sulla condizione che stiamo vivendo, nelle tante sue sfumature. Ecco alcune “pagine di diario”, che pubblicheremo periodicamente in queste settimane: abbiamo uno spazio a disposizione – il nostro sito – e vogliamo in questo momento renderlo utile per questo fine.

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Sospendere il senso di colpa. Il senso di colpa è un sentimento che caratterizza la vita della maggior parte delle persone del mondo occidentale. È diventato un elemento costante delle nostre abitudini lavorative e private. Il senso di inadeguatezza continua e la costante competizione che ci impone lo stile di vita occidentale, hanno creato in noi un abisso di frustrazione e, appunto, di senso di colpa verso noi stessi che non ci permette di vivere il nostro tempo, neanche quello privato, in serenità. Ecco, credo che la sospensione degli obblighi sociali che ci vengono imposti in questi giorni di quarantena, sia quelli di tipo lavorativo sia quelli puramente ludici o di socievolezza, abbia messo in pausa anche il nostro senso di colpa. Godiamocela un po’ e rilassiamoci perché quando saremo richiamati alla ricostruzione potremo far tesoro dei momenti di pausa che stiamo vivendo ora.

Claudia Ciardi, Bologna

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Giardini. Abito in un piccolo paesino di provincia, in una casa con un giardino. Durante questa quarantena più che mai, avere un giardino è una fortuna. Di giorno, io o il mio compagno possiamo portare fuori i bambini, riscoprire con i loro occhi uno spazio che di solito dimentichiamo. Mentre siamo fuori, sentiamo spesso delle voci. Anche i vicini sono fuori, a fare dei lavori di miglioramento nei loro giardini. Anche i vicini dei vicini. Noi li vediamo dalle nostre reti, attraverso le loro. Se e quando tutto questo sarà finito, in primavera, in estate, quando esattamente?, avremo tutti dei giardini bellissimi. Mi chiedo se quest’anno potremo andare al mare, senza condividere il mio dubbio con la mia bimba di quattro anni, che si ricorda di esserci stata l’estate scorsa e mi chiede quanto manca. Domande stupide, le mie, anche se non riesco ad abituarmici. Ogni volta che riemergo da un paio d’ore di lavoro concentrato al computer, dalla pagina di un libro o da una qualsiasi attività con i bimbi che ha richiesto tutta la mia concentrazione e torno alla realtà, non riesco a non essere incredula. Sta succedendo davvero? Sto sognando? Domani mi sveglierò e potrò uscire di casa? E, quando lo farò, oltre il cancello, cosa sarà rimasto? Intanto, stanotte l’ambulanza si è fermata dai vicini, quelli confinanti, quindi oggi, in giardino, dico a mia figlia di giocare, però stando in centro e un po’ lontano dalla rete, magari un paio di metri. Che probabilmente è esagerato, ma così, per essere sicuri.

Gaia Greco, provincia di Como

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Vite che scivolano via. In questo tempo sospeso, la poesia è una delle poche cose che mi fa restare con i piedi per terra. “Mi aggrappo a lei come alla salvezza di un corrimano”, ha scritto la poetessa polacca Wisława Szymborska, e in questo momento non posso che darle ragione e aggrapparmi alla poesia con tutta me stessa. Qualche giorno fa di fronte alle immagini di quelle bare anonime, spoglie di fiori e corone, infilate una dopo l’altra in una marcia silenziosa, ho immaginato gli ultimi istanti di quelle vite che scivolavano via sotto i miei occhi.

La solitudine del trapasso

In punto di morte la vita
ci passa davanti
agli occhi. Si riavvolge
come un vecchio nastro
a colori o in bianco e nero
chi può dirlo.
Una sequenza di diapositive
che celebrano la vita:
noi – i miglior attori
protagonisti.
Da sempre moriamo così:
da soli, in punta di piedi.

19 marzo 2020

Nadia Pilar Gallicchio, Milano

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