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Appunti dalla quarantena #3

L’atmosfera di sospensione in cui tutta Italia è immersa a causa dell’emergenza Corona Virus, porta con sé riflessioni, contraddizioni e cambiamenti di un “tempo nuovo” che è ancora tutto da decifrare. Abbiamo chiamato a raccolta le nostre penne (e oltre!) per condividere brevi pensieri sulla condizione che stanno vivendo, nelle tante sue sfumature. Ecco allora alcune “pagine di diario”, che pubblicheremo periodicamente in queste settimane: abbiamo uno spazio a disposizione – il nostro sito – e vogliamo in questo momento renderlo utile per questo fine.

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Quarantena (non) quarantena. Mio padre ha le ciglia lunghissime, gliele ho sempre invidiate. Mi piace moltissimo accarezzargliele e ogni tanto mi avvicino tantissimo a lui per toccarle con le mie stesse ciglia. A volte chiude gli occhi e li riapre lentamente lentamente ed è una delle cose che mi piace di più guardare: la sua calma nel riaprire gli occhi e quelle ciglia così lunghe che tornano su. C’è un libro di De André che si intitola “Sotto le ciglia chissà”, e io me lo chiedo sempre quando vedo i suoi occhi chiudersi e poi riaprirsi, come se ogni volta fosse la prima volta. Cosa c’è adesso sotto quelle ciglia così lunghe, dentro quegli occhi che per me son sempre stati i più belli mai visti. Mio padre sta in casa da 5 anni e non si lamenta mai, apre e chiude gli occhi così lentamente che il tempo non esiste più.

Marta Satta, Sardegna

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TV sgombra. Tra gli effetti marginali della drammatica emergenza Covid19, c’è certamente lo straniante e inedito paesaggio che questo ha prodotto. Oltre alla fascinazione che suscita l’atmosfera quasi spettrale delle città vuote e soprattutto dei centri storici restituiti alla propria essenzialità più scarna e ad un surreale e doloroso vuoto, questa improvvisa e innaturale de-antropologizzazione dilaga negli ambiti più disparati, traducendosi anche, più prosaicamente, in uno spopolamento degli schermi televisivi, degli studi prima stipati ed ora irrimediabilmente sgombri. Questa scomparsa dell’umano dai palinsesti ha conseguentemente spogliato il re dei vecchi media del suo vestito più collaudato, esponendolo nudo ai propri limiti e al disorientamento nel dover tentare di sopravvivere alla depauperazione subita, all’improvvisa scomparsa della sua spalla più fedele, quel pubblico che si rivela quindi contraltare necessario in assenza del quale l’impianto narrativo vacilla. La tv generalista ne esce suonata come un pugile (con qualche debita eccezione), come alla imbarazzata e spasmodica ricerca del suo elemento perduto, che, emancipato e libero, si riprende la scena popolando i balconi dei palazzi e saturando la rete con i sui video autoprodotti. Sarà quindi questa l’occasione di ripensare anche ad un vero rinnovamento e ripensamento del mezzo televisivo e del suo linguaggio, una volta rientrata questa inedita contingenza?
Gabriella Cerbai, Firenze
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Il primo aprile avrò 29 anni. Quand’ero piccola non riuscivo a vedermi “da grande”, e così pensavo, accettandolo molto serenamente, che sarei morta abbastanza presto. Anni dopo, il mio corpo e la mia mente vivono una quarantena che, a differenza di altri, non cambia la routine da freelance che lavora da casa in pigiama. C’è solo il cane che mi porta fuori. La mia asocialità si sposa bene con il mio conto sempre in rosso delle fatture non saldate. Il primo aprile avrò 29 anni ed è la sola certezza in questo momento. Ho sempre pensato che la mia generazione, nata negli anni ’90, avesse un po’ sofferto di quel clima di instabilità e sospensione che caratterizzava quegli anni: le performances di Marilyn Manson, i diari di Kurt Cobain, la sigla di X Files, il millennium bug. La Melevisione interrotta: vedo l’Occidente che crolla negli occhi di mia madre. Il primo aprile avrò 29 anni e non ho alternative. Una bionda inglese diceva che di alternative non ce n’erano, ma quell’unica certezza, instillata metodicamente dentro di noi come un dogma di una qualche religione antica, ora ci va di traverso e soffoca, mediamente, chi quel credo l’ha sostenuto, nonostante abbia visto il mondo cambiare colore. Il primo aprile avrò 29 anni e non avrò invitati. La narrazione dell’altro, che sono io, sei tu, sono gli altri. È Marta che ha l’asma, è Elena che ha un sistema immunitario debole, Daniele che ha avuto una brutta broncopolmonite un anno fa. È mia sorella che ha gli attacchi di panico. È mio padre che ha avuto un infarto, è diabetico ma ama mangiare i biscotti di nascosto. Il primo aprile avrò 29 anni e non sarò sola. La nostra forza è contenere moltitudini, è essere un plurale. È risuonare insieme, avere un corpo unico e mille menti. Il pianeta respira, ed io lo sento nei vicoli dietro Piazza Verdi, mentre porto fuori Nut: il cielo è terso, vedo le stelle, non avevo mai sentito i cinguettii in San Vitale. Il primo aprile avrò 29 anni e chissà che non mettano radici altri mondi possibili, altre alternative per respirare insieme. Il primo aprile avrò 29 anni e mi pare di tornare un po’ bambina con questi pensieri da girogirotondo. Casca il mondo?
Chiara Francesca Rizzuti, Bologna

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