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Antony Gormley | SHY e la condizione umana

Il Comune di Prato e la Fondazione per le Arti Contemporanee in Toscana, attraverso il Centro Pecci, in collaborazione con Associazione Culturale Arte Continua ha inaugurato a dicembre l’opera, SHY che resterà esposta in Piazza Duomo a Prato per i prossimi cinque mesi. 

“Dove va l’umanità? Boh!”, Succo di un’intervista di Mao a Mr. Edgard Snow. Così si apre la celebre pellicola di P.P.Pasolini Uccellacci e uccellini del 1966. Siamo allo stallo? Come se per l’appunto l’umanità sia stata costretta a una pausa forzata per ripensare il da farsi e ripensarsi in quanto comunità. Quali possono essere le declinazioni del singolo in rapporto con l’altro? La sottile membrana osmotica tra essere umano e spazio urbano. Un corpo prende forma. Nel senso specifico di impossessarsene, oppure è proprio la forma a determinare la connotazione che ci spinge a riconoscere le fattezze umane? Quasi un monito, la scultura di Antony Gormley SHY, emerge e insiste da qualche settimana in Piazza Duomo a Prato, come un guerriero solitario e sperduto che geometricamente dialoga con il rigore dell’architettura e la durezza dei tempi in cui viviamo. Severo, interpreta le nostre connotazioni presidiando il luogo dell’aggregazione, per antonomasia, la piazza. Protagonista solitario nella comparizione del turbamento, spezza l’ideale e necessario modello relazionale dell’essere-gli-uni-con-gli altri. E’ un’entità che non si svela, dal momento che non ha nulla da rivelare se non la propria esposizione. Una messa in scena drammaticamente inespressiva ma assoluta, in cui l’enunciazione coincide con l’occupazione di uno spazio fisico.

Antony Gormley, SHY – 2017 Photo Ela BIlakowska, OKNOstudio

La parola shy, in lingua inglese, può essere tradotta con: timido, riservato, ma come verbo, può significare anche, evitare, scansare, scappare. L’ambiguità del termine ci pone in effetti proprio nel bel mezzo della questione del nostro rapporto con l’altro, inteso sia nel senso di qualcun’altro, sia come alterità in quanto condizione. La scultura di Gormley invita a rompere un velo di distanza per ascoltare un intimo segreto e nello stesso tempo nel rigore gelido delle sue forme spigolose ci respinge in una condizione di disagio che atterrisce. C’è da aggiungere che andando a ritroso nel tempo, potremmo anche imbatterci con la diretta antenata del lemma shy, ossia quel *skeuhaz che in proto-germanico significherebbe abominevole, vile, odioso. Chi è dunque SHY? Ma soprattutto cosa ci racconta nel silenzio drammatico del nostro spazio pubblico sempre più svuotato di essere umani e di significato. Probabilmente è il dramma stesso di un’epoca intrappolato in 3600 kg di ghisa. Tutti noi, un pò, a pezzi e a distanza. Noli me tangere, un darsi alla vista per sottrazione, o meglio per scomposizione e nello stesso tempo un tendere all’origine, all’essenziale. L’attesa, il concetto spaziale in 3D.

Antony Gormley, SHY – 2017 Photo Ela BIlakowska, OKNOstudio

Potremmo arrivare ad affermare che Gormley concretizza l’evanescenza dei nostri convincimenti e di tutte le nostre imprese. Riduce a figura il disordine dell’esistenza. D’altronde da sempre la figura umana è l’ossessione e la pietra angolare della ricerca dell’artista inglese, vincitore del Turner Prize nel 1994 e Cavaliere dell’Order of British Empire. Figura umana che coincide con il proprio corpo, utilizzato come matrice di buona parte delle sue sculture, ma anche come corpo collettivo, come campo energetico, emanazione ed esplosione nello spazio. Potremmo parlare di una poetica del testimone, del silenzioso presidio di chi vigila, sa, vede, difende, medita e nello stesso tempo testimonia, evidenzia, dà voce all’assordante frastuono dello scorrere del tempo. Per dirla con Ungaretti, siamo al cospetto de Il sentimento del tempo, una sintesi di realtà e mistero, di imperturbabilità e di vulnerabile esposizione. Siamo al cospetto di una mimesis corrotta, di una presenza assertiva ed estranea al contempo. J.L. Nancy nelle sue Le Muse affermava: “Al comparire del primo contorno, il primo pittore vede venire verso di sé un mostro che gli offre il rovescio impensato della presenza, il suo dislocamento, il suo scollamento o il suo piegarsi in manifestazione pura, e la stessa manifestazione come la venuta dell’estraneo, come la messa al mondo di ciò che non ha alcun posto nel mondo, come la nascita dell’origine stessa e come l’apparizione dell’apparire…“, così in pittura come in scutura, ecco l’estraneo che è in noi, proprio noi stessi.

Fabrizio Ajello

In copertina: Antony Gormley, SHY – 2017 Photo Ela BIlakowska, OKNOstudio

About the author

Fabrizio Ajello

Fabrizio Ajello si è laureato presso la Facoltà di Lettere e Filosofia di Palermo, con una tesi in Storia dell’Arte Contemporanea.
Ha collaborato in passato attivamente con le riviste Music Line e Succoacido.net.
Dal 2005 ha lavorato al progetto di arte pubblica, Progetto Isole.
Nel 2008 fonda, insieme all'artista Christian Costa, il progetto di arte pubblica Spazi Docili, basato a Firenze, che in questi anni ha prodotto indagini sul territorio, interventi, workshop e talk presso istituzioni pubbliche e private, mostre e residenze artistiche.
Ha inoltre esposto in gallerie e musei italiani e internazionali e preso parte a diversi eventi quali: Berlin Biennale 7, Break 2.4 Festival a Ljubljana, in Slovenia, Synthetic Zero al BronxArtSpace di New York, Moving Sculpture In The Public Realm a Cardiff, Hosted in Athens ad Atene, The Entropy of Art a Wroclaw, in Polonia.
Insegna materie letterarie presso il Liceo Artistico di Porta Romana a Firenze.

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