Arte e Fotografia

Antonio Ligabue: pittura che ringhia

Una mostra antologica in 50 opere tra dipinti, sculture, disegni ed incisioni, che ripercorre la vicenda umana e creativa di Antonio Ligabue, uno degli autori più geniali del secolo scorso: Pavia la ospita da domani fino al 18 giugno alle Scuderie del Castello Visconteo. ANSA/UFFICIO STAMPA +++EDITORIAL USE ONLY - NO SALES+++

«Gli animali vedono le cose quali sono» viene detto con molta semplicità nel documentario del 1977 – pruriginoso più che sconcertante, impietoso più che viscerale – di Raffaele Andreassi sul naif par excellence, Antonio Ligabue, nato Laccabue, sempre alla ricerca di una patria nella natura.

Napoli lo ospita nell’austera cornice della riaperta Cappella Palatina del Maschio Angioino fino al 28 gennaio 2018.

Il percorso della mostra, suddiviso in tre sezioni cronologiche, con dipinti, sculture e disegni dal 1928 al ‘62, prende avvio da opere calme e lisce, più incerte, come il Leone con leonessa di Guastalla (RE), passando per il Circo – tra l’altro, in un vero circo, l’artista ha modo di lavorare da giovanissimo – e la Corrida – in quest’ultima Ligabue sa essere drammatico come Goya, appassionato come Chagall e della stessa ingenua leggerezza tipica di Matisse -, fino ad arrivare alle prime, tragiche guerre intestine tra bestie nei meandri di boschi paludosi.

Agli animali in lotta fanno da pendant gli autoritratti del pittore (circa una decina in tutta la mostra), che differiscono tra loro solo per le dimensioni e nelle mises, visto che la sventura da cui si sente colpito (e che colpì a tutti gli effetti) Antonio “El Matt” fu sempre la stessa. Povero, emarginato e rachitico sin dalla più tenera età, viene cacciato dalla Svizzera nel 1919 per fare il suo ingresso, forzoso, a Gualtieri (RE), dove vive gran parte della sua vita.

Qui lavora come bracciante sul Po e impara a servirsi dell’argilla che ogni giorno “scarriola” per realizzare le sue prime sculture. Argilla che, ricorda Ugo Sassi (suo grande fan e biografo), l’artista era solito masticare e ammorbidire in bocca prima dell’esecuzione dell’opera perché, diceva, solo così diventava lavorabile come il burro. Il successo giunge ufficialmente nel ‘55, quando l’artista espone per la prima volta i suoi lavori alla Fiera Millenaria di Gonzaga (Mantova), anche se sulla sua vita pesano già diversi ricoveri in istituti psichiatrici (nel ‘45, nel ‘40, nel ‘37 e nel ‘17), oltre ad una grande solitudine.

Colpito da vasculopatia cerebrale nel ‘62, già paralizzato, si spegne nel ‘65 al Ricovero di Gualtieri, dopo 66 anni di agonia bizzarra e rumorosa. Vita grama la sua, lontana dai suoi simili; eppure, di Antonio si sa anche che amava la musica classica e il liscio delle tradizionali feste di paese, sapeva suonare il pianoforte e si commuoveva all’ascolto del suono che usciva dal violino di un piccolo musicista promettente suo conterraneo, Orazio Simonazzi. E, a proposito di musica, cosa penserebbe Ligabue se gli dicessimo che la sua Testa di tigre del 1955-’56, su banalissima tavola di faesite, sarebbe stata la perfetta copertina – mi viene in mente l’urlo versicolore e drammatico dell’uomo de “In the Court of the Crimson King” – di un qualche album di rock progressivo?

Ritmi e concordanze che troviamo rimescolati in un’opera magistrale di questo pittore pazzo: trattasi di Diligenza con paesaggio e villa Casanova Rambelli del 53’- 54, che ha qualcosa di sorprendentemente barocco in quell’incredibile relazione tra compressione e sospesa dilatazione, che sembra avvicinare Ligabue tanto al Guido Reni degli idilli mitologici, quanto alla violenza onirica di un Blake, così come al Giulio Romano di Palazzo Te.

Suggestioni improbabili, certo, ma possibili: improbabili perché Ligabue non era uno che andava in giro a studiarsi i grandi del passato, ma possibili perché il suo universo caotico poteva avvicinarlo, inconsciamente e “psicomagicamente”, a qualunque cosa.

Tra i disegni presenti in mostra, eseguiti con sorprendente sicurezza grafica, sono di particolare rilievo L’aquila con uccello, il macilento Cervo di Guastalla, che assomiglia più a un bue, per quel collo così nerboruto, e il Leone, sinuoso, le cui zampe scivolano sulla carta e il muso ingrugnito trattiene appena quella superbia che gli si confa per natura. Delle sculture, colpiscono l’attento Gufo con preda, la Iena tutta storta del ‘56-’57, oltre al disgraziato e deforme Cavallo, affetto da ascite.

Alla scultura, Ligabue si avvicina ancora prima della pittura probabilmente; delle opere in argilla però, eroiche testimonianze dei suoi inizi, non rimane quasi più nulla, sia perché le sculture, non cotte, si deterioravano facilmente, sia perché spesso era lo stesso Ligabue a volersene disfare, poiché non soddisfatto del suo operato. D’altronde, per citare un grande scrittore partenopeo (cosa buona e giusta, visto che la mostra è a Napoli), «sono scarsi i sensi in dotazione alla specie dell’uomo. Li migliora con il riassunto dell’intelligenza. Il cervello dell’uomo è ruminante, rimastica le informazioni dei sensi e le combina in probabilità. […] L’uomo sapeva prevedere, incrociare il futuro combinando i sensi con le ipotesi, il gioco preferito. Ma del presente l’uomo non capisce niente. Il presente è il re sopra di lui», un re animale, il re delle visioni tormentate di Ligabue e delle sue lacrime che ancora ringhiano. Erri De Luca ne “Il peso della farfalla” sembra avere qualcosa da confessare allo sventurato e sgraziato artista apolide.

Mostra da vedere in primis per rendersi conto di come Ligabue non fosse così materico come ci si aspetterebbe e poi perché Ligabue piace a tutti; da evitare se siete stati al Vittoriano un anno fa più o meno, in un giorno compreso fra l’11 novembre e il 29 gennaio.

Lorenza Zampa

About the author

Lorenza Zampa

Nata e cresciuta nelle Marche, si forma a Ravenna e Firenze, laureandosi in Storia dell’Arte Moderna. Autrice della raccolta poetica “L’evidenza arresa” (Maremmi Editore), disegna, suona chitarra e batteria e ama la compagnia di musei, libri e film.

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