Cinema e Teatro

Antonio Ligabue e Elio Germano, nel film di Giorgio Diritti

Elio Germano è un mostro sacro del cinema italiano, si sa. Ma Elio Germano che interpreta Antonio Ligabue, in “Volevo nascondermi” diretto da Giorgio Diritti, supera qualsiasi aspettativa. La sua performance è più che altro una trasformazione alchemica, quasi un atto soprannaturale. Si spengono le luci in sala, e all’improvviso eccolo: Ligabue sta lì davanti ai miei occhi, dell’attore non c’è più traccia. A ben guardare quello di Diritti è solamente l’ultimo di una serie di tributi al matt di Gualtieri, fra i quali va ricordata la miniserie “Ligabue” trasmessa dalla Rai nel 1977, però è forse quello che restituisce l’immagine più completa del mito di Ligabue, come artista e ancor prima come essere umano.

TRAUMI
Antonio Ligabue nasce nel 1989 a Zurigo e trascorre i primi anni di vita con la madre svizzera e con il padre (non naturale) originario di Gualtieri in Emilia Romagna. Non desiderato dai genitori, all’età di 3 anni è affidato ai Göbel, una famiglia di San Gallo. La sua infanzia è costellata di sofferenze, atti di ribellione e tragedie emotive che plasmano irreversibilmente la sua psiche: nel 1913 la sua vera madre muore per intossicazione, gli resta il padre violento e alcolista; con la madre adottiva instaura un rapporto febbrile di amore e odio, scandito da litigi rabbiosi e aggressivi, uno dei quali spinge la donna nel 1919 a denunciare il
ragazzo che viene quindi espulso dalla Svizzera ed estradato a Gualtieri. Gli effetti di quella vita malsana in casa Göbel se li porterà dietro per tutta la vita.
La regia dà molto spazio alla psicologia: tutta la prima parte del film è un alternarsi di scene di un Ligabue adulto e infragilito dalle crisi psicotiche negli istituti di ricovero, ai flashback dell’infanzia disagiata. Per il regista è necessario introdurre il tema della pazzia fin dall’inizio al fine di dimostrare nel tempo filmico che quel denso e ribollente magma di violenta emotività e sfolgorio di genialità che spingeva chiunque a considerare Ligabue un pazzo altro non è che finissimo talento, sensibilità acuta, e una visione lucida della realtà e del mondo, per quanto selvaggia e anticonformista.

GUALTIERI
Tutto cambia con l’estradizione a Gualtieri. Sradicato da casa e abbandonato in un paese sconosciuto, nonostante il carattere chiuso e solitario, le malattie, l’aspetto sgradevole e la consapevolezza di essere un emarginato, deriso e mortificato da tutti, Ligabue accetta il suo destino e per un po’ vive, anzi sopravvive, in estrema miseria nella golena del Po, abitando in una baracca e procurandosi cibo alla meglio. Proprio allora avviene l’incontro fortuito con Renato Mazzacurati, artista/scultore locale che intravede in lui una intelligenza creativa non comune e lo salva dall’auto-isolamento, lo accoglie nella sua casa e gli offre i mezzi per dare sfogo alla sua creatività. Grazie a lui Ligabue impara a utilizzare i colori ad olio, la creta, e comincia a dedicarsi al disegno e alla pittura e più tardi alla scultura. Mazzacurati ha anche il merito di avvicinare Ligabue alla comunità di Gualtieri che pian piano imparerà ad accettarlo.

ANIMALI
Un tema centrale nel film è quello degli animali: si può dire che la formazione artistica Ligabue l’abbia fatta nei musei di scienze naturali di San Gallo, dove da ragazzo passava molto tempo a studiare la vita animale e la fisionomia di animali feroci ed esotici, però a Gualtieri Ligabue sperimenta i ritmi bucolici della vita
quotidiana e trova pace e conforto nella compagnia degli animali domestici o da cortile con i quali arriva a  instaurare un legame empatico tanto profondo da considerarli migliori degli umani. Con la scoperta dell’Arte gli animali divengono il leitmotiv di tutta la sua produzione: Ligabue si identifica nei diversi ruoli delle lotte animali, rivede la sua infanzia nella tragicità di una gazzella sbranata che non ha scampo, e allo stesso tempo ritrova sé adulto (artista) nella possanza delle tigri assetate di sangue e di vita, che balzano gagliarde sulla preda con le fauci spalancate e divengono il simbolo del riscatto di una vita oltraggiata. Elio Germano interpreta questo climax emotivo con inaudita bravura, attraverso un uso impeccabile della gestualità e della mimica, giocando come Ligabue giocava con l’arte, assumendo posizioni animalesche e imitando il ruggito delle tigri con la lingua di fuori e contorcendo il volto come in un grido di combattimento di un nuovo eroe.

LIGABUE E VAN GOGH
L’altro grande tema del repertorio ligabuiano è quello degli autoritratti, che abbondano nel terzo e ultimo periodo della sua produzione ossia fra il 1952 e il 1962. Nel film un personaggio si sorprende della somiglianza fra Ligabue e Vincent Van Gogh, artista post-impressionista e maestro della pittura introspettiva,
senza immaginare di avere portato alla luce un tema affascinante su cui la critica si è molto arrovellata: Ligabue conosceva la pittura di Van Gogh? Quanto e come il maestro olandese influenzò l’italiano nell’esecuzione degli autoritratti? Secondo la tesi del critico Giuliano Serafini è possibile che Toni conoscesse il lavoro del maestro olandese, ma la differenza sostanziale fra i due artisti risiede nel background culturale: Van Gogh era colto, memore delle lezioni di grandi maestri del passato, e perseguiva un’idea di Arte come fine ultimo, anche a costo di compromettere la sua sanità mentale. Al contrario Ligabue non aveva coscienza del suo tempo, non era istruito e non ebbe una formazione d’arte accademica. Per lui l’Arte non era altro che un mezzo di sostentamento, come raccontano molte scene in cui il pittore promette di regalare un quadro in cambio non di soldi ma di un piatto caldo, di ospitalità, di una gabbia per i suoi conigli o di motociclette, l’altra sua grande passione. Questa discrepanza influenza nettamente le due maniere pittoriche: se gli autoritratti di Van Gogh, già resi evocativi da una pennellata nervosa, raffigurano un uomo burbero, malinconico e con il volto scavato da un’espressività che lascia trapelare chiaramente forti malesseri interiori, nei ritratti ligabuiani troviamo invece un uomo pieno di vita -nonostante tutto-, dallo sguardo acuto e penetrante, con difetti fisici non celati ma anzi messi chiaramente in risalto. Persino nei ritratti di tre quarti o di profilo lo sguardo dell’artista è vigile, di sfida, e cerca sempre gli occhi dello spettatore perché vuole studiarlo, osservarne le reazioni. Ora non si vergogna più: è consapevole del proprio valore e vuole giocare d’astuzia, stare un passo avanti a tutti. Ligabue insomma scopre l’arte e vi si immerge completamente, anima e corpo, per poi riemergere più lucido che mai e pronto ad affrontare “l’altro”. Van Gogh non arriverà mai a tale liberazione. Ecco perché, per quanto condividano esperienze simili sul piano emotivo, e al di là del bisogno di autoritrarsi che li accomuna, associare Vincent Van Gogh e Antonio Ligabue sarebbe fuorviante.

VOLEVO NASCONDERMI
Il titolo un po’ sibillino del film “Volevo nascondermi” ci appare svelato soltanto alla fine: per gran parte della vita Toni ha sentito il bisogno di rifugiarsi da un mondo che non lo capiva né si sforzava di accettarlo. Ma dal momento in cui impugna i pennelli, le matite e i grumi di creta grezza trova finalmente il suo senso, il suo valore e la sua identità, e trova il coraggio di riscattarsi. Nonostante questa nuova consapevolezza, resta una incolmabile insofferenza di fondo da cui Antonio Ligabue non guarirà mai, nemmeno nei momenti più felici della sua carriera. Il film ce ne parla in una scena emblematica e commovente: la serata di inaugurazione della mostra personale alla Barcaccia di Roma nel 1961 a cura di Giancarlo Vigorelli, mostra che sancirà definitivamente la carriera di Ligabue. Vestito dagli amici in abito elegantissimo il pittore si reca all’inaugurazione e si mischia fra la folla che ascolta rapita il curatore mentre presenta le opere, all’improvviso lascia il museo e vaga senza meta per la città finché non viene ritrovato accoccolato su una strada di Roma. Il regista indugia sul gioco di sguardi muti fra il pittore e un barbone dall’altro lato della strada, forse quell’uomo gli richiama alla mente gli anni passati in solitudine e in miseria oppure gli ricorda le sue origini e lo rende consapevole della sua vera natura di emarginato. O forse semplicemente Ligabue conserva traccia di quell’istinto primordiale risvegliato dal barbone e capisce che in quella capanna diroccata, nella solitudine e nell’oscurità, in fondo si sentiva a casa. Personalmente ho apprezzato molto il punto di vista che “Volevo nascondermi” assume per raccontare la fragilità, il mistero e la bellezza di un essere umano ancora oggi impossibile da definire, forse uno dei più
grandi enigmi che la storia dell’Arte ci abbia lasciato. La performance di Elio Germano è un sublime oscillare tra l’animo giocoso e dolcemente infantile e gli istinti di bestiale autodistruttività che confliggono nella personalità di Ligabue, e l’attore dimostra ancora una volta la sua naturalezza nel confrontarsi con un
ruolo che non è solo azione verbale, ma prima di tutto corporea, viscerale. Man mano che la pellicola scorre l’essenza di Ligabue mi pervade, e alla fine non sento più nulla se non l’atroce bisogno di attraversare lo schermo del tempo per poter incontrare e dare affetto a quella creatura ferita, magnetica, così primitiva e così incredibilmente moderna. Mi consolo ripensando all’immagine rassicurante che il film mi lascia della comunità di Gualtieri: una comunità ospitale con quell’uomo strano che parlava solo con gli animali e coi bambini, e comprensiva persino quando i suoi scoppi di rabbia lo facevano diventare pericoloso; una nuova dimensione famigliare che tutto sommato lenisce un po’ le ferite aperte in passato, anche se persino in Italia Ligabue non verrà risparmiato da sguardi pietosi e nomignoli come “el matt di Gualtieri”. Ma a lui dei nomignoli poco importava, perché come amava sempre ripetere al suo autista Sergio Terzi lui era un artista molto importante e, come spesso succede agli artisti importanti, dopo la morte gli avrebbero sicuramente fatto una statua, non come le persone normali che nessuno ricorda. Volevo nascondermi, ma guardatemi adesso: un balzo felino, un ruggito e via la paura. Non dimenticatemi.

“Quando mi capita di pensare a lui mi vedo davanti tutti i suoi autoritratti che ho visto e mi dico che è stato lui, per primo, a capire che era un artista libero di esprimersi come voleva senza lasciarsi condizionare da nessuno. Lui ha scritto con i colori il romanzo sulla vita senza sbagliare né un punto né una virgola. solo la sua spietata verità, la sua drammatica esistenza ci ha lasciato nelle sue tele, appese di qua e di là per il mondo, i suoi bellissimi quadri, ma la sua arte l’ha portata con sé nella tomba e nessuno è in grado di comprargliela, poiché l’arte non si vende, rimane all’artista per sempre.” Sergio Terzi (autista di Ligabue fra il 1960 e il 1962).

Michela Bassanello

About the author

Michela Bassanello

Nata nel mese di marzo del 1990. Ha studiato lingue al liceo e poi Scienze dei Beni Culturali e dello Spettacolo all’università Statale. Dal 2015 lavora come assistente di galleria (da gennaio 2017 per Galleria PACK di Milano) e nel tempo libero scrive online di arte e fotografia.

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