Arte e Fotografia

Anthony Gerace | There must be more life than this

La giovane galleria Twenty14 di Milano presenta la personale dell’inglese Anthony Gerace, There must be more life than this: una mostra in cui l’assenza diventa possibilità di immaginare un’altra vita. Fino al 20 Febbraio.

AnthonyGerace | There must be more life than this

Quando a Milano fa freddo e buio presto è sempre bello infilarsi alla Twenty14 accolti da luci calde e un ambiente familiare. Questa volta sino al 20 febbraio, appese al muro le opere in piccolo formato di Anthony Gerace, combinazioni di collage, fotografia e tipografia. La serie There must be more life than this è un progetto iniziato nel 2011, quando l’artista ha cominciato a riordinare ritagli di poster e album fotografici collezionati nei due anni precedenti. Come su una griglia tipografica sono organizzati i piccoli quadrati di carta che compongono le immagini. O dovremmo dire scompongono.

AnthonyGerace | There must be more life than this

Un profilo, un braccio, un occhio, una bocca sono quello che rimane della disgregazione geometrica delle figure, frammenti che si dissolvono nel colore isolando gesti, sguardi, modi di essere. L’artista si chiede, e ci chiede: quanto davvero abbiamo bisogno di vedere di una persona per capirla?
Attraverso la sottrazione, il rigore delle griglie o dell’inserimento di elementi geometrici Gerace, dice, ricerca un’astrazione che si possa coniugare con immagini oggettive e un’inclinazione predefinita: in questa operazione le foto perdono la loro patina da copertina e la loro fissità per essere ricollocate sulla soglia del non finito, nell’intervallo che apre alla possibilità di essere altro.

AnthonyGerace | There must be more life than this

Le immagini rendono visibile una mancanza che ha poco a che vedere con un senso di perdita e più con l’acquisizione di un senso altro, non tutto dato, in un momento storico, il nostro, in cui siamo tartassati di immagini che ci fanno vedere sempre più di quanto non sia necessario/richiesto. Lo sguardo non passivo del visitatore è chiamato a ricomporre l’immagine o a perdersi in essa e con essa, in un amor vaqui in cui il frammento riacquista l’importanza che ebbe per pensatori del calibro di Benjamin, Ėjzenštejn e Baudelaire.
Densa di spunti, misurata e raccolta, Ci deve essere più vita di così non sarà la mostra con più risonanza dell’inverno meneghino, ma è sinceramente consigliata a chi, per dirla con Blake, sa vedere il mondo in un granello di sabbia.

Giulia Meloni

 

About the author

Giulia Meloni

Nata a Cagliari nel 1990, migra a Roma dove studia progettazione e arti applicate; approda poi a Milano, specializzandosi in critica e curatela per l’arte.

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