Arte e Fotografia

Anni ’60… E Milano esplode

La mostra a Palazzo Morando dal titolo MILANO ANNI 60. Storia di un decennio irripetibile, fino al 9 febbraio, merita una visita anche solo per riflettere su un’epoca che ormai, da Milano, sembra lontana anni luce. 

La città pare essere stata spostata su un altro pianeta… non solo dall’Italia all’Europa e, da qui, in altre Nazioni. Lo spazio-tempo che intercorre tra la Milano di oggi e quella fotografata pare essere proprio di un’altra era. Curata da Stefano Galli, realizzata in collaborazione con il Comune di Milano | Cultura, Direzione Musei Storici e con la Questura di Milano, organizzata da MilanoinMostra con il patrocinio della Polizia di Stato e della Regione Lombardia,  con lo sponsor tecnico ATM, la rassegna presenta fotografie, manifesti, riviste, arredi, oggetti di design che fanno rivivere l’atmosfera di quell’epoca.

È il boom economico e Milano si imbelletta con stile e cultura: concerti internazionali; bar letterari in cui si riuniscono artisti; trattorie in cui incontrare attori o scrittori; le minigonne e il lavoro, tanto, per tutti, anche per i migranti che si accalcano sui treni, ben pagato e soprattutto sicuro. 

Ghisa in attesa del metrò_Archivio Carlo Orsi

Ma soprattutto arriva il Design. Milano diventa, in Italia, il punto di raccolta dei nomi più altisonanti del settore dell’architettura. Si trasforma in un punto nevralgico in l’Europa per sviluppare nuovi progetti di prodotti innovativi per linee, colore e stile e finisce per diventare il palcoscenico internazionale per tutte le rappresentanze del Design. Nasce la fiera internazionale del Mobile.

E’ il momento di fermento del mondo e la città porta in Italia, provinciale e ancora prona per la fase di ripresa post bellica, una ventata di novità. In questa analisi, il parallelismo con quello che rappresenta oggi Milano per l’Italia intera diventa obbligato. Constatare che sia ancora esattamente questo il moto e la convinzione fa pensare che tutto si sia fermato e che, il resto d’Italia non abbia potuto avere la possibilità di crescere in un moto perpetuo e vicino alla trainante capitale del lavoro. Governi sbagliati, centralità dell’industria al Nord e tutto quello che poi la storia e la politica, sempre sbagliata, sempre opportunista, ci raccontano. 

In mostra non si può non avvertire quel senso di malinconia che avvolge lo stato d’animo di un’epoca che rappresentava un momento di rivalsa. La pacata mestizia di chi conosce il futuro di quelle foto, di quei personaggi immortalati e che vivono sospesi in una nuvola. È un accoramento tutto italiano che si sviluppa alla vista di opere fotografiche che evocano ottimamente lo stato delle cose, fermando quell’attimo in un palpito di avvenire che è lì fermo eppure vivo.

Il treno del Sud_Archivio Carlo Orsi

Se capita di visitare la mostra con chi ricorda quel decennio perché lo ha vissuto, allora il viaggio diventa un’avventura visionaria e surreale. Un andirivieni di sussulti e spasmi, a volte lacrime silenziose che parlano di funerei cimeli di carta stampata. Case che c’erano, navigli sommersi, metropolitane sorte dal nulla, manifesti corrosi di un passato che fa riflettere sulla vita e sul suo perché. E se si bighellona per qualche ora tra le otto sale il vociare in sottofondo è proprio tracciato da continui singulti: “ma ti ricordi…guarda quella casa era già lì…ma questo è il panettiere storico…”. Sfogliare l’album dei ricordi ma non a casa con i parenti, con una città intera, con un pezzo di storia italiana.

Quanto ha bisogno di crescere e cambiare una città? Qual è il limite al cambiamento quando questo diventa smania di ingrandimento e nel percorso ci si dimentica dell’essere umano e del suo spazio vitale?

Milano in quegli anni giocava ad emulare il mondo. Ed è meraviglioso vederne le silhouette, come in un film d’animazione cinese, muoversi, bianche e nere, su macerie di un campo di pascolo che diventava grande. I volti dei ragazzi erano quelli della speranza e della possibilità.

La musica fa da sfondo e si dimena tra concerti con ospiti planetari incorniciando un fervore artistico senza precedenti.

Nebbia in piazza Duomo_Archivio Carlo Orsi

La grande stagione della musica a Milano si inaugura con il concerto di Billie Holiday del 1958 allo Smeraldo e proseguirà felicemente con tutti i grandi del jazz, da Duke Ellington a Thelonious Monk fino a Chet Baker e Gerry Mulligan che a Milano erano di casa. Anche la musica leggera conosce un periodo d’oro con il concerto dei Beatles al Vigorelli del 1965 e dei Rolling Stones al Palalido del 1967, che suggellano il ruolo di Milano come città moderna e pronta ad accogliere i più grandi protagonisti della musica pop e rock d’oltremanica e d’oltreoceano. 

L’arte raggruppa i nomi di Lucio Fontana e Piero Manzoni, di pietre miliari del design italiano quali Marco Zanuso, Bruno Munari, Vico Magistretti, Achille Castiglioni, Bob Noorda e di grandi esponenti della fotografia e di intensa vita notturna dei locali del jazz con Giorgio Gaber ed Enzo Jannacci.

Nomi e date.

Ma quello che colpisce sono i volti meno noti, le ombre di quella città che ora potrebbero essere il vicino di casa o quel tale che si incontra ogni mattina. Sono quelle spalle che si intravedono tra una finestra ed una porta, le gambe di quella ragazza che passeggia in via Torino con un’amica che indossa le perle e un agente di polizia le guarda ammirato, possono essere quei due amici che chiacchierano fuori dal bar Jamaica, con gli occhiali di tartaruga e il pastrano di sartoria.

All’ombra del Pirellone in costruzione o della Torre Velasca che sale arrancando, venivano consumati gli anni di rinascita del dopoguerra pieni di vigore e gioia, dai milanesi ma anche dai migranti che avevano dei binari speciali in Stazione Centrale, affollati e, anch’essi, disumanamente gioiosi. Il traguardo di raggiungere la città delle possibilità fa somigliare Milano a New York  per un attimo -trasfigurazione prepotente e forzata- e, nella veloce rassegna visiva di alcune foto in mostra, ci si ritrova in una dimensione temporale che non riguarda più solo Milano o l’Italia, ma un altrove lontano eppure financo contemporaneo.

Ombre sulla città_Archivio Carlo Orsi

Milano esplode nel suo splendore. 

Milano esplode il 12 dicembre del 1969 con l’attentato alla Banca Nazionale dell’Agricoltura. Quei sorrisi e quello stato di grazia legato alla voglia di rinascita si trasforma in consapevolezza e rivolta. Anche in questo si emula l’Europa e i moti rivoluzionari del periodo tormentato delle lotte del ’68. A Milano però le mani sono armate e si inizia anche a sparare e non solo a manifestare. La pace e l’armonica alleanza, nel comunitario slancio alla crescita viene spento dalla smania opportunistica. La forza di una città rinata si trasforma nella forza armata. Tutto torna come prima. Tutto si ferma. Esplode e si ferma di nuovo. 

“Questa alternanza di effervescenza e regressione rende il decennio uno dei più affascinanti della storia milanese recente” G. Sala

E Milano rappresenta anche oggi questa dualità: una raffica di innovazione dominata da moti di immobilismo compulsivi. La mostra a Palazzo Morando è una ventata di vitalità, una brezza nostalgica che rinvigorisce donando scosse dal dentro. Chi conosce e vive Milano, chi ci è nato e ha imparato ad odiarla e amarla nelle sue molteplici personalità, sa che quel decennio non tornerà. Quei volti rimarranno sepolti con quella bomba che ha cancellato una coscienza, un’anima.

C’è da vivere il nuovo: il Salone del Mobile ne è un esempio vivace.

Una genetica che, dall’architettura, oggi arriva al fashion e al food passando per l’arte. Quei colori rimangono -e devono rimanere- vividi come solo una radiolina Brionvega sa essere!

Daniela Ficetola

Foto in copertina: Lucio Fontana nel suo studio| Archivio Carlo Orsi

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