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Ai Weiwei a Firenze

I gommoni di Ai Weiwei su Palazzo Strozzi fanno discutere Firenze, senza cogliere il vero significato delle opere dell'artista cinese

Chi passa per Firenze in questi giorni non potrà non notare 22 gommoni arancioni attaccati ad altrettante bifore del più bel palazzo che il Rinascimento abbia mai generato, Palazzo Strozzi. Perché? È il segno violento e molto discusso di uno degli artisti forse più noti e controversi del momento, il cinese Ai Weiwei. Nato a Pechino nel 1957 ad Ai Weiwei la Fondazione Palazzo Strozzi ha deciso di dedicare una mostra monografica, la prima in Italia, a cura di Arturo Galansino, dal titolo significativo Ai Weiwei. Libero, inaugurata il 23 settembre e che per certo attirerà folle di addetti ai lavori, semplici interessati e molti curiosi (visitabile fino al 22 gennaio 2017).

La mostra è nata dalla collaborazione con Galleria Continua e dal lavoro di Galansino alla Royal Accademy di Londra, ma anche dai ripetuti incontri con l’artista in Cina, visto che fino al 2015 non aveva ancora la possibilità di viaggiare, poiché le autorità cinesi gli avevano sequestrato il passaporto. La mostra racconta l’intero percorso artistico dell’artista, dalle prime, ironiche opere realizzate negli Stati Uniti, dove si recò per studiare arte e conoscere le novità della scena internazionale, a quelle sempre più ispirate a temi urgenti e scottanti, come la violazione dei diritti umani nelle carceri cinesi, cominciata quando era un ragazzino e che, come ormai in molti sanno, ha sperimentato sulla propria pelle quando, senza processo, è stato picchiato, incarcerato e messo in isolamento per reati mai dimostrati.

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La mostra evoca quei drammatici giorni con un’inquietante ala metallica posta nel cortile, mentre al piano nobile del palazzo spicca l’enorme serpente fatto con 360 zaini, quelli dei bambini che persero la vita nelle scuole crollate durante il terremoto nel Sichuan del 2008. Ma il punto non è questo. Si riaccendono dopo le recenti mostre di Jeff Koons e di Jan Fabre, le mille paure nei confronti della città “violata” dall’arte contemporanea. Ma a chi protesta, e ce ne sono tanti, a chi si ribella, a chi fortemente critica tale iniziativa, invitiamo a riflettere e a placare le perplessità, cercando prima di capire come e perché un artista concettuale come Ai Weiwei si esprima con tale intensità.

Invitiamo a cercare di entrare nel suo mondo attraverso lo studio del suo operato, facendo i vari approfondimenti del caso, prima di mettersi contro per partito preso. L’arte contemporanea è anche questo. La forza di un’idea di un
artista simbolo di una lotta antica e costante, rivolta verso un sistema politico oppressivo e prevaricante come quello cinese. Senza dubbio Ai Weiwei è capace di rivestire molti ruoli e di essere interprete del suo tempo, magari con messaggi contraddittori, facendo uso di un linguaggio diretto, esplicito, forse brutale, ma mai banale.
Il lavoro più contestato, che si intitola «Reframe», è costituito da 22 gommoni disposti in fila a creare una sorta di cornice sulle facciate monumentali del palazzo, come a voler attirare l’attenzione del passante distratto. Non è una provocazione, ma solo un “segno” che chi vuole potrà cogliere, e l’opera di Giuliano da Sangallo (datata 1490) non ne risentirà affatto, non ci sarà alcun rischio per il palazzo.

E allora perché tanta perplessità per qualcosa che non ha nulla di permanete, ma che verrà smontato tra 4 mesi? Si sa, Firenze e soprattutto i fiorentini da tempo ormai non dimostrano apertura verso il contemporaneo, facendosi scudo dietro la bellezza intoccabile della città, che è vero tutto il mondo ci invidia e viene ad ammirare e a fotografare. Sinceramente mi viene però da chiedere: come mai si critica tanto la riflessione di un artista, che può non piacere, ma non è certo il primo venuto, visto che ha lavorato con i più grandi musei del mondo, che fa sì un intervento forte, ma pur sempre momentaneo, e invece nessuno dice nulla nei confronti di scelte permanenti, come certi arredi urbani
o come i vari dehor disseminati nelle piazze più importanti della città? Ci siamo dimenticati il famoso “fontanello per l’acqua potabile” con tettuccio alla tirolese, che spuntò dal nulla (con chissà quali costi) dietro la monumentale fontana del Nettuno dell’Ammannati in Piazza della Signoria? Oppure perché nessuno si scaglia contro il fatto che non s’interviene dove si dovrebbe, lasciando la città mozza e insufficiente nei riguardi delle molteplici urgenze della moltitudine di turisti che ogni giorno letteralmente consuma la nostra città? Vedi l’uscita degli Uffizi di Arata Isozaki. Ci siamo dimenticati forse che nel 1998 fu indetto un concorso per la realizzazione di una “pensilina di uscita degli Uffizi” su piazza dei Castellani: vinse Isozaki, ma la pensilina a oggi ancora non esiste, perché le polemiche cittadine, sempre in nome del “decoro”, l’hanno bloccata forse per sempre. Invece si permette di costruire un edificio come il Nuovo Palazzo di Giustizia, ingigantendo e snaturando il bel progetto di Leonardo Ricci fatto più di vent’anni fa, trasformandolo in un gigante senza armonia, che supera nello skyline la grandezza del simbolo della città, la Cupola del Brunelleschi. E quanti esempi potremmo fare ancora di una mancanza di attenzione e sensibilità nei confronti di una città bellissima, ma tanto delicata e fragile. E poi, se proprio polemica vogliamo fare: ma sono davvero più orribili i gommoni arancioni di Ai Weiwei, o i vasi di plastica (posti in bella mostra nella città del cotto) che “ornano” e
“transennano” i monumenti più famosi di Piazza della Signoria?

La ricerca dell’artista cinese si è diretta tante volte verso il rapporto tra tradizione e modernità e certamente questo è uno dei casi. Ai Weiwei è solito proporre interventi di grande impatto visivo per denunciare con forza la negazione della libertà di espressione ed evidenziare clamorosi fatti di cronaca. Così i gommoni emblema di una speranza di libertà spesso disattesa, quella ricercata e desiderata dai migranti, dagli esuli che fanno del viaggio per mare l’ultima possibilità di salvezza. Ma Firenze sarà in grado di capire questo messaggio sottile? Quello che l’artista vuole trasmetterci con i suoi selfie, cioè quello di “aprire gli occhi” e cercare di prestare più attenzione ad una contemporaneità difficile e contraddittoria. Ma l’importanza di fare una mostra così, di grande impatto e discussa a Firenze oggi, non è tanto sull’artista o sulla mostra in sé, che possono piacere o no, ma è quella di riaccendere un dibattito sul contemporaneo, che Firenze, divenuta timorosa, ormai rimasta decisamente fuori dai dialoghi nazionali, da troppo tempo non partecipa più a discussioni e a eventi significativi. Ci voleva lo sguardo di Arturo Galansino per dare un segno diverso rispetto alle recenti operazioni più strettamente commerciali fatte invece dall’amministrazione. Tra i Koons e i Fabre (artisti di per sé eccellenti) collocati in Piazza della Signoria e i gommoni di Ai Weiwei c’è una differenza fondamentale: i primi sono opere nate per tutt’altri contesti molti anni fa, i secondi sono stati progettati
per questa collocazione, sono, come si dice, site specific. Ed è per questo che le prue dei gommoni ricalcano in maniera così esatta le centine delle finestre del palazzo, perchè l’artista le ha studiate per questo luogo, esprimendo attenzione e rispetto per questa città. Ai Weiwei ha già tappezzato di quattordicimila salvagenti raccolti a Lesbo le colonne della Konzerthaus di Berlino: ma c’è una bella differenza tra un artista che adatta il suo linguaggio a un luogo nuovo e il noleggio di opere che vagano attraverso sterili operazioni commerciali. Si può sperare che ora si prenda ancor più coraggio, invitando altri artisti (non necessariamente stranieri) a risiedere a Firenze per restituirci, con la
progettazione di opere nuove, la loro conoscenza della nostra città. Se non altro tra le molte novità della presenza di Ai Weiwei a Firenze, è possibile tra l’altro rivedere dopo tanto tempo Palazzo Strozzi ricomposto in uno spazio espositivo unitario, senza allestimenti posticci, che per anni lo hanno tenuto nascosto.

Vorrei chiudere con le parole calzanti e potenti dello storico dell’arte Tomaso Montanari: “Ai Weiwei ci aiuta a vedere noi stessi per quello che siamo. Ci mette a nudo, ci obbliga a pensare, ci rinfaccia le nostre responsabilità. La sua arte è tutto il contrario di quell’anestetico di lusso a cui abbiamo ridotto un patrimonio artistico che era nato rivoluzionario, e che oggi è al servizio della più bigotta conservazione dello stato delle cose. Anche per noi quei gommoni hanno il sapore della
libertà”.

About the author

Cecilia Barbieri

Nata a Firenze, dove vive e lavora, ha conseguito la Laurea in Storia dell’Arte all’Università di Firenze. Ha lavorato nell’organizzazione di mostre ed eventi e ha curato nel corso degli anni diverse pubblicazioni di Storia dell’Arte e di Storia del territorio. Giornalista pubblicista collabora costantemente come freelance con diverse testate di settore.