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Agli esordi della storia umana. Interpretazione del racconto della Genesi | Parte seconda

Ricordate? Abbiamo lasciato Adamo ed Eva nudi, e consapevoli di esserlo, al cospetto di Dio.

Gli avvenimenti, soprattutto quelli relativi alla Caduta, che abbiamo narrato ed analizzato, nel precedente articolo, peseranno in modo permanente sulla visione dei due generi in cui l’umanità è divisa.

Cain Fleeing Abel William Blake, 1826Dio, infatti, ha generato un maschio e una femmina, entrambi uguali in dignità, ma profondamente diversi nella loro modalità di relazione interpersonale. Nel momento in cui avviene l’ingresso nella Storia, fuori dall’Eden, il mito esprime il ruolo dominante dell’uomo e ribadisce l’antica concezione della fecondità, secondo la quale il seme maschile agisce in seno alla donna in modo esclusivo, similmente al grano nella terra in cui germoglia.

Poiché è Eva che, nell’Eden, dopo essersi lasciata sedurre dal serpente, trascina il compagno negli abissi del peccato e della morte, su di lei sembra ricadere la parte più pesante delle maledizioni di Jahvè: “Io moltiplicherò i dolori delle tue gravidanze, con dolore partorirai i figli. Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà“. Il dolore del parto, tuttavia, non è da intendersi come una punizione, si tratta, invece, di un’immagine capace di evocare, in modo plastico e figurato, l’insinuarsi del male perfino nella realtà più gioiosa della vita.

In seguito alla disobbedienza, l’armonia, che vigeva in seno alla prima coppia umana, si tramuta in dis-armonia. Il testo sacro registra reazioni di paura e meschinità all’accusa divina: Adamo dà la colpa a Eva, Eva la dà al serpente.

Ma sono tutti e tre responsabili, perché tutti e tre dotati del libero arbitrio.

E’ introdotta una lacerazione fra coloro che, prima, costituivano una “carne sola”, ora l’uomo e la donna sono in un rapporto di attrazione fatale, poiché, al desiderio-istinto di lei, risponde il dominio-possesso brutale di lui.

Michelangelo-Buonarrotti-La-tentazione-di-Adamo-ed-EvaDopo la Caduta, Adamo, sottolineando il proprio ruolo egemone, impone un nome alla donna, come aveva fatto, in precedenza, con gli animali. Il nome Eva, italianizzato dal latino, deriva dall’ebraico “chawwah”, che significa “colei che dà la vita”.

Al peccato commesso, segue, per Adamo ed Eva, la tragica punizione. Dio li scaccia dall’Eden, unico luogo in cui è possibile cibarsi dell’albero della vita, e pone, accanto ad esso, come custode, un angelo con una spada di fuoco, simbolo della Sua Parola purificatrice, la quale agisce tramite i giusti e distrugge l’osare degli empi.

Ma il Creatore non manca di compassione verso i due esuli soli, in preda all’angoscia, al freddo e alla fame, condannati a morte, anche se dopo circa nove secoli di vita ciascuno: dà loro come vesti tuniche di pelli. “Vestire”, in tale contesto, equivale non a coprire la nudità, ma a sostenerla, infondendole forza, al fine di compiere, con coraggio e determinazione, la propria missione.

Solo fuori dal Paradiso nasce in Eva il bisogno di maternità. Essere soli in Dio è vivere nella scia dell’assoluto, esseri soli nella cruda realtà del mondo è vedersi morire, sempre più in fretta.

Hans-Holbein-Il-Giovane-Adamo-ed-EvaEva, infatti, stringendo fra le braccia il suo primo figlio, esclama: “Ho acquistato un uomo dal Signore”. Con questa espressione di gioia, la prima donna si rende conto che, da sottomessa al suo sposo, diventa madre di un altro maschio.

Dopo Caino nasce Abele ed una nuova tragedia non tarda ad abbattersi sul cuore della progenitrice, facendole comprendere il senso profondo di quel monito, ormai antico: “con dolore partorirai i figli”. L’indole di Caino è la prova tangibile del peccato originale dei suoi genitori; nel suo gesto fratricida esplodono odio, ira e violenza. Dopo aver dato alla luce il suo terzo figlio, Set, Eva scompare dalle pagine della Bibbia, non sappiamo quando, come e perché è morta.

Il racconto dei capitoli 2 e 3 della Genesi è, dunque, un mito di un’eccezionale profondità teologica, che vuole offrire, attraverso un’interpretazione filosofica e teologica della vita, la soluzione di un grande e ancestrale quesito: unde malum?

Pur in chiave simbolica, l’autore vuole insegnare una grande verità, ossia che l’umanità è imperfetta e limitata, non è in grado di compiere sempre il bene, è debole davanti alla tentazione e prova vergogna quando tradisce la legge.

La vita è, di conseguenza, un’incessante battaglia contro le proprie pulsioni, contro le forze ostili, contro la morte.

L’eco di questa lotta, in forma duplice, riecheggia nella struttura stessa del racconto: da un lato si fronteggiano l’uomo e il Nemico, rappresentato dal serpente, dall’altro entrano in conflitto le due parti di una figura dimidiata, ovvero Adamo ed Eva.

Il mito, in quanto tale, sfugge ai certi confini dell’interpretazione letterale e si presta alla formulazione di molteplici ipotesi di lettura.

Pensiamo a quante interpretazioni sono state elaborate riguardo alla colpa prigenia. Un’interessante teoria sostiene che è possibile che il racconto della Caduta sia stato elaborato dopo una terribile catastrofe abbattutasi sul popolo ebraico, ossia la pulizia etnica dell’intera popolazione della provincia settentrionale di Israele avvenuta nel 750 a.C.; questo particolare e terribile evento storico potrebbe aver provocato negli ebrei il bisogno di spiegarlo come una punizione divina.

Hans-Holbein-Il-Giovane-Adamo-ed-EvaLa maggior parte dei commentatori razionalisti, tuttavia, considera tale testo come l’esito di una leggenda popolare, creata per illustrare il passaggio dell’umanità da uno stadio primitivo, privo della conoscenza del bene e del male, all’acquisizione del pieno possesso della libertà morale. La coscienza collettiva nasce, pertanto, attraverso la drammatica uscita da una condizione fetale.

L’atto del “mangiare il frutto dell’albero proibito” è, inoltre, letto come la scoperta della sessualità, in seguito all’espulsione dall’Eden, inteso, in tal contesto, come immagine simbolica della vita intra-uterina.

Ma l’incipit della Genesi potrebbe essere, secondo l’opinione più condivisa, il tentativo, del tutto riuscito, di desacralizzazione della Dea Madre: l’autore del secondo capitolo si interroga, infatti, con particolare attenzione, sull’origine della distinzione dei sessi.

Nel mondo antico alla donna era attribuita minore dignità e importanza rispetto all’uomo, ma, al contempo, era adorata come dea, proprio in virtù del suo carattere sessuale, nei culti della fecondità. Per la mentalità ebraica questa concezione del femminile era frutto di una corruzione del progetto creazionale di Dio; la donna condivideva con l’uomo l’alito divino ma non doveva essere elevata al rango di divinità.

Alcune interpretazioni, va sottolineato, non sono frutto di accorte letture: il primo uomo e la prima donna non sono, infatti, fanciulli, incoscienti della libertà morale, ma adulti dotati di intelligenza che, istigati da un essere malvagio e mendace, decidono di disobbedire.

Il nome Adamo significa “colui che viene dalla terra”, mentre il nome Eva significa, come abbiamo in precedenza sottolineato, “colei che dà la vita”: non si tratta, quindi, di nomi reali, attribuibili a personaggi storicamente collocabili, ma di appellativi simbolici.

Auguste-Rodin-Adamo-ed-Eva-espulsi-dal-ParadisoEva rappresenta la sensibilità e l’irrazionalità dell’essere umano, mentre la figura di Adamo equivale alla spiritualità. La rottura dell’armonia fra i progenitori, resa tangibile nel fatto che l’uomo riversi sulla sua compagna tutto il gravoso onere della colpa, deriva dalla scissione intervenuta fra anima e spirito: il peccato coinvolge l’essere umano nella sua totalità perché prima l’anima (Eva), poi lo spirito (Adamo), hanno ceduto al serpente.

Nella Bibbia emergono note di pessimismo nei confronti della natura umana, facile a cedere ai vizi e alle seduzioni del peccato, ma, al contempo, trovano spazio nuove scommesse e nuove opportunità di salvezza. C’è un filo verde di speranza nelle parole dell’inesorabile sentenza di maledizione sul serpente pronunciata da Dio: “Io porrò inimicizia fra te / e la donna, / tra la tua stirpe / e la sua stirpe: / questa ti schiaccerà la testa / e tu le insidierai il calcagno”. L’autore  della Genesi vuole offrire l’immagine vivida di un contendere serrato e continuo tra l’umanità, ovvero la stirpe della donna, e il serpente, seguito dalla sua razza infame di ammaliatori.

Cain Fleeing AbelWilliam Blake, 1826Tuttavia, la tradizione giudaica ha voluto caricare di ulteriori valenze simboliche questo passo, vedendo in esso un criptico riferimento al Messia, seme perfetto del lignaggio della donna, capace di sconfiggere per sempre il male.

Il cristianesimo è andato oltre e nel pronome “questa” non ha più visto la discendenza della progenitrice, cioè l’umanità, ma l’Eva perfetta, ossia Maria.

La catena delle maledizioni divine sull’uomo, scaturita dalla cacciata, si interromperà quando Dio stesso, rientrando in scena nelle vicende umane, sceglierà Abramo come nuovo interlocutore.

Quando Abramo ebbe novantanove anni, il Signore gli apparve e gli disse: «Io sono il Dio onnipotente; cammina alla mia presenza e sii integro;  e io stabilirò il mio patto fra me e te e ti moltiplicherò grandemente”. Genesi 17, 1-2

Emma Fenu

About the author

Emma Fenu

Nata e cresciuta respirando il profumo del mare di Alghero, ora vivo, felicemente, a Copenhagen. Ogni quattro o cinque anni, la mia vita subisce una vera rivoluzione: mi trasferisco in un nuovo paese. Ho vissuto, in precedenza, in Medio Oriente, in luoghi di estremo interesse culturale e storico, che mi hanno permesso di sentirmi "cittadina del mondo".
Sono laureata in Lettere e Filosofia e ho conseguito un Dottorato in Storia delle Arti.
Scrivo per lavoro e per passione; insegno Lingua Italiana agli stranieri; tengo un Corso di Scrittura creativa; recensisco libri e intervisto scrittori; curo l'editing di saggi e romanzi; mi occupo di Storia delle Donne, di Letteratura e di Iconografia.

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