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Agli esordi della storia umana. Interpretazione del racconto della genesi | Parte prima

Eva è la prima donna, l’eroina che fa nascere il presente in una realtà ancora in potenza, la protagonista del mito più noto e, forse, più equivocato. Il suo primo gesto, l’assaggio e l’offerta del frutto proibito, condensa in sé colpa e merito, caduta e vita: senza di esso nulla sarebbe cominciato, né la morte né la Storia.

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La figura di Eva nel racconto dei primi tre capitoli della Genesi, reiterato nei secoli attraverso parole e immagini, assume i contorni sfumati ed incerti dell’enigma che fa emergere domande dal sapore ancestrale: chi è la donna? Chi è l’uomo? Perché l’umanità è sessuata? Perché è colpevole? Perché è, talvolta, infelice?Le risposte, attraverso un turbine di combinazioni, prendono forma a partire dall’assioma della comunanza ontologica, in virtù della quale ogni essere umano è come uno specchio di tutti gli altri e dell’universo intero. Tale “solidarietà” fa ricadere sulla infinita serie di generazioni future il peccato dei progenitori e la dura condanna che ne consegue, ma, al contempo, assicura ad esse il riscatto e la redenzione, tramite la morte di Cristo sulla croce. Nelle prime pagine della Genesi si susseguono due racconti: il primo ci proietta in una dimensione  luminosa e serena (capitolo 1), mentre il secondo è dominato dall’incombere di un’oscura tragedia (capitoli 2-3). Entrambi descrivono, sotto forma figurata e con ricchezza narrativa, l’uomo alla luce delle tre relazioni fondamentali: quella con il trascendente, quella con il cosmo e quella con il suo simile, la donna.

Il primo racconto, attribuito alla fonte “sacerdotale”, più astratto e teologico rispetto a quello seguente, propone una classificazione di tutti gli esseri viventi, in quanto essi sono creati secondo un ordine crescente di dignità nell’arco di una simbolica settimana, che si conclude con il riposo sabbatico.L’uomo entra in scena all’apice della creazione, ma è comunque un essere imperfetto, poiché creato nel sesto giorno. Nella numerologia biblica il sei è, infatti, la cifra dell’incompiutezza, essendo sette il numero perfetto.Dopo aver creato l’universo intero, Dio afferma: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza”. La  definizione di uomo risulta ben chiara nei termini ebraici selem (immagine), che rimanda al rapporto che intercorre fra la statua e l’originale riprodotto in essa, e demût (somiglianza), che indica distanza ed esclude l’identità totale.Questa similitudine si va precisando nelle successive parole del testo biblico: “Dio creò l’uomo a sua immagine; / a immagine di Dio lo creò; / maschio e femmina li creò”. Rispetto alle mitologie antiche, il rapporto fra i due sessi nella Genesi subisce una smitizzazione, in quanto non dipende da un modello divino maschile e femminile. La Bibbia, infatti, disprezza le ierogamie e propone un Dio che si colloca al di là delle differenziazioni di genere. Ma una lettura attenta non può ignorare che l’umanità è immagine di Dio in quanto “maschio e femmina”. La persona umana è, dunque, effigie del divino solo se intesa nella sua bipolarità sessuale e la fecondità che le è propria è da ritenersi parallela all’atto creativo di Dio, che, pur restando trascendente, opera il suo progetto salvifico. Nel secondo capitolo della Genesi, più antico rispetto a quello sacerdotale, le immagini mutano, lo stile si differenzia e i risultati cambiano.

Gli esegeti hanno da tempo trovato una spiegazione, collocando la stesura dei capitoli 2 e 3 nell’epoca salomonica, ossia nel corso del X secolo a.C.  Siamo, quindi, in presenza di una narrazione apparentemente storica (con eventi, colpi di scena ed una trama) che ha, però, valore teologico-filosofico. Il racconto, strutturato secondo il linguaggio tradizionale dei miti mesopotamici, appartiene al genere “eziologico metastorico sapienziale”, in quanto non si vuole rendere intelligibile il mistero delle origini, ma spiegare l’enigma dell’identità e del ruolo dell’uomo nel contesto della creazione. Esso è diviso in tre unità narrative: nella prima si esplicita il progetto divino, nelle due successive vengono delineati, con straordinaria puntualità psicologica, le capacità e i limiti di Adamo ed Eva. Dio pone, dunque, l’uomo nell’Eden, affinché ne sia signore e custode, ma Adamo avverte la mancanza di un aiuto che gli sia “kenegdô”, parola ebraica che letteralmente significa “di fronte”, traducibile con “simile” o “adatto”. La morfologia ebraica non lascia intendere alcuna contrapposizione categorica, “di fronte”, pertanto, significa opposto ma, al contempo, paritario. Mentre il rapporto con le cose è discensionale e inferiore e quello con Dio è ascensionale e trascendente, il legame fra l’uomo e la donna è orizzontale e immanente. Per venire in aiuto alla solitudine di Adamo, Dio lo fa sprofondare in uno stato di torpore e, dalla sua costola, forma la sua compagna. L’interpretazione in chiave mitica della creazione di Eva deve prendere avvio dal sonno di Adamo: il sopor simboleggia un momento estatico in cui Dio opera fuori dalla Storia, oltre le possibilità di consapevolezza e dominio della mente umana.

Per indicare l’assoluta uguaglianza con l’uomo e la condivisione della medesima essenza, Eva viene creata da una costola di Adamo, cioè dal centro del suo corpo, e non  le viene imposto un nome, come per gli altri esseri,  ma la si definisce “’isha” in ebraico, virago nella Vulgata, cioè la “nata per l’uomo”. Eva è, dunque, l’alter ego di Adamo, consustanziale a lui nella carne e nel sangue, infatti l’uomo, nell’istante in cui la vede, esclama: “Questa volta essa / è carne dalla mia carne / e osso dalle mie ossa”.  Pur non essendo plasmata dal fango, la donna condivide con l’uomo l’immortalità, infatti Dio stesso ha ripetuto per lei il gesto direttamente creatore, quello che non si ripeterà più, nell’incalcolabile susseguirsi delle generazioni, per nessun’altra creatura, nemmeno per la Madre di suo Figlio, che, fisicamente, nascerà come tutti gli esseri umani a partire da Caino.Sembra avvolgersi nel manto fantastico della leggenda questa figura di donna che, avendo origine dalla terra, dal sangue e dalle ossa dell’uomo, ci riporta alla mente Venere che emerge dalla spuma del mare e  Minerva che nasce dal cervello di Zeus.

Ma Eva non ha leggenda: la sua storia è la Storia dell’umanità intera, che ha in sé il segno del divino, ma che è facile preda delle tentazioni. Il secondo capitolo della Genesi prosegue riportando le indicazioni che Dio rivolge ai progenitori. Ad Adamo ed Eva è concesso mangiare frutti di tutti gli alberi, compresi quelli dell’albero della vita, ma, sotto pena di morte, è proibito loro mangiare dell’albero della conoscenza del bene e del male. Anche nei racconti della mitologia babilonese si descrive la creazione attraverso il ricorso a tappe e modi quasi analoghi, ma il messaggio trasmesso è diverso, poichè in essi l’albero della vita è irraggiungibile e l’albero della conoscenza del bene e del male non è presente.  Quest’ultimo, l’arbor scientiae boni et mali, che per un gioco lessicale, possibile solo in latino, fra malus, “melo”, malum, “male”, e malus, “cattivo”, fu erroneamente interpretato come albero di mele, è l’immagine della teologia morale, perciò mangiarne il frutto equivale a pretendere di essere autonomi rispetto alle norme etiche.Finché i progenitori osservano il divieto vivono felici, in familiarità con Dio che passeggia nel giardino dell’Eden e parla con loro. Ma il tentatore, invidioso della gloria di Dio e della condizione delle sue creature, quasi uguale a quella angelica, cerca di travisare l’idea che Eva ha di Dio, dipingendolo agli occhi della donna non come un padre amorevole, ma alla stregua di un despota. Il maligno assume le fattezze di uno strano serpente, certamente non identificabile con nessuna specie erpetologia.

Poiché nel Vicino Oriente tale animale simboleggiava, soprattutto a causa del suo mutar pelle, la giovinezza perenne e l’immortalità, nel contesto edenico evoca l’idolatria cananea che esercitava notevole attrattiva per i popoli agricoli e nomadici. Se il tentatore per eccellenza è, quindi, l’idolo, il peccato, che ne consegue, consiste, appunto, nello sostituire sé stessi, o un feticcio, a Dio. Il serpente inizia la sua nefasta opera rivolgendosi a Eva, non perché la ritenga più facile preda, ma perché la donna assomma in sé tutti gli “adami” della storia, la totalità degli uomini di sempre, in quanto edificata con le loro ossa.

Il primo ingannevole approccio del serpente consiste nell’esagerazione dell’estensione della  proibizione di Dio: “E’ vero che Dio ha detto: non dovete mangiare di nessun albero del giardino?”. Eva stessa, infatti, corregge il serpente: “Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: “Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete”. In Eva sono già visibili i segni del turbamento. Rivelatrici sono le modifiche che essa apporta, riferendo le parole di Dio. Innanzitutto aggiunge, per la prima volta, alla parola “albero” il termine “frutto”. Se “mangiare dell’albero” significa assumere la dimensione e la potenza dell’albero, ossia diventare “albero”, “mangiare del frutto” significa impossessarsi di ciò che l’albero produce. Eva dice al serpente che non le è possibile diventare albero, cioè fonte di giudizio del bene e del male, in quanto tale ruolo è prerogativa esclusiva di Dio. Inoltre Eva si riferisce all’albero proibito non pronunciandone il nome, ma  situandolo in mezzo al giardino: poiché è vietato occupa per lei una posizione centrale ed esercita sul suo immaginario notevole fascino. Al centro del giardino Dio, invece, ha posto non l’albero della conoscenza del bene e del male, ma quello della vita, ritenendolo più importante per i progenitori. Tuttavia, nella mente di Eva la conoscenza viene prima della vita adamitica, infatti, in quanto madre, è capace di dare la vita.  Inoltre la donna estende la proibizione divina inerente all’albero anche al contatto con esso: ciò rivela che in lei il desiderio sa assumendo i caratteri dell’ossessione. Il peccato le si presenta come un frutto buono da mangiare, cioè capace di inebriare i sensi, ma anche dotato di attrattive a livello estetico, mentre Dio le appare come un’autorità senza amore, nemica della libertà umana. Le successive parole del tentatore si caricano di seduzione: “Non morirete affatto! Anzi Dio sa che quando voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene ed il male”. La ragion pratica, che innalza la creatura a sovrana della sua vita, è, dunque, la radice della disobbedienza. Eva mangia del frutto e lo offre ad Adamo. In seguito a questo gesto, i due progenitori acquisiscono consapevolezza e vergogna della propria nudità e cercano di coprirsi, intrecciando cinture tramite l’uso di foglie di fico. Come le foglie di un albero ne nascondono la mancata fruttuosità, l’uomo e la donna s’ingegnano per celare, se pur malamente, le proprie carni, nel tentativo disperato di riavere il sommo bene  perduto, ossia l’immortale e felice vita edenica. Ancora vibrante delle orme e della voce di Dio, il creato è stato lacerato in tutte le sue fibre invisibili. Adamo ed Eva hanno posto fine all’innocenza originale, hanno ucciso per sempre la felicità. Da allora un abisso separa il Creatore dalle sue creature, che hanno paura di Dio, si sentono “guardate”, ossia giudicate. Ma l’analisi non finisce qui, vi attendo in un prossimo post, alla scoperta di altri significati simbolici nascosti nella Genesi.

Emma Fenu

About the author

Emma Fenu

Nata e cresciuta respirando il profumo del mare di Alghero, ora vivo, felicemente, a Copenhagen. Ogni quattro o cinque anni, la mia vita subisce una vera rivoluzione: mi trasferisco in un nuovo paese. Ho vissuto, in precedenza, in Medio Oriente, in luoghi di estremo interesse culturale e storico, che mi hanno permesso di sentirmi "cittadina del mondo".
Sono laureata in Lettere e Filosofia e ho conseguito un Dottorato in Storia delle Arti.
Scrivo per lavoro e per passione; insegno Lingua Italiana agli stranieri; tengo un Corso di Scrittura creativa; recensisco libri e intervisto scrittori; curo l'editing di saggi e romanzi; mi occupo di Storia delle Donne, di Letteratura e di Iconografia.

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