Arte e Fotografia

Il ‘500 a Firenze | Una mostra coraggiosa, oltre il Rinascimento

L’alternanza tra arte sacra e arte profana è il criterio fondamentale per affrontare la lettura della mostra coraggiosa e difficile (sia da realizzare, che da visitare), ma imperdibile, che ha come titolo Il Cinquecento a Firenze. Tra Michelangelo, Pontormo e Gianbologna, inaugurata a Palazzo Strozzi il 21 settembre, e visitabile fino al 21 gennaio 2018. Un dialogo che non vede una supremazia tra due tematiche non in conflitto tra di loro, ma parallele. Gli artisti stessi lavoravano a opere di entrambe le ispirazioni con lo stesso impegno lirico e linguistico.

Dopo i grandi successi ottenuti portando nella nostra città l’arte contemporanea, Palazzo Strozzi si riaccosta oggi al passato, ma con un approccio nuovo e sperimentale: non solo per celebrare Firenze e la sua grande storia, ma anche per entrare dentro il Cinquecento e riscoprire una generazione di artisti e un periodo storico che rappresenta un riferimento per una riflessione sul mecenatismo, sul rapporto tra arte e potere e su quello tra sacro e profano e per vivere e comprendere un periodo straordinario della città. Curata da Antonio Natali e Carlo Falciani, Il Cinquecento a Firenze, non è solo una bella mostra, ma è anche una mostra dai grandi numeri: riunisce 41 artisti e oltre 70 opere per celebrare una stagione di notevole prolificazione artistica.

In vista della mostra sono stati eseguiti 17 grandi restauri, per un totale di 350 mila euro di spesa. Inoltre per l’occasione sono state fatte venire a Firenze opere da grandi musei internazionali e collezioni private, per ricreare il clima rinascimentale e un effetto di straordinaria bellezza. Gli artisti coinvolti sono alcuni tra i più grandi nomi mai esistiti, solo per citarne alcuni: Michelangelo Buonarroti, Andrea del Sarto, Giorgio Vasari, Pontormo, Rosso Fiorentino, Giambologna, Bartolomeo Ammannati e Vincenzo Danti, ma anche nomi meno noti ma altrettanto capaci di grandi bellezze, come Jacopo Zucchi, Giovanni Stradano, Girolamo Macchietti, Mirabello Cavalori, Santi di Tito, Jacopo Coppi, Maso da San Friano, Giovan Battista Naldini,. Artisti di grande livello, in grado di esprimersi su più registri espressivi, dall’ispirazione religiosa alle passioni comuni, mediando la propria formazione, avvenuta sui grandi maestri d’inizio secolo, con le istanze di un mondo che affrontava un complesso cambiamento verso l’età di Galileo Galilei, aperta a una nuova visione, sia della natura, sia dell’espressione artistica di respiro europeo.

Ultimo atto quello della mostra fiorentina di una trilogia di mostre realizzate a Palazzo Strozzi iniziata con Bronzino nel 2010 e Pontormo e Rosso Fiorentino nel 2014, la rassegna celebra dunque un’eccezionale epoca culturale e di estro intellettuale, in un confronto serrato tra “maniera moderna” e Controriforma. Una stagione unica per la storia dell’arte, segnata dal Concilio di Trento e dalla figura di Francesco I de Medici, uno dei più geniali rappresentanti del mecenatismo di corte in Europa.

La nuova esposizione di Palazzo Strozzi dà quindi l’opportunità di vedere riuniti capolavori provenienti da mezzo mondo e raramente accessibili. La mostra apre nuovi orizzonti su un’epoca unica, evocando nelle prime due sale artisti che furono modelli di riferimento imprescindibili non solo per gli allievi diretti, e accostando capolavori assoluti degli anni Venti del Cinquecento. Nelle otto sale del piano nobile di Palazzo Strozzi si trovano a dialogare, in un percorso cronologico e tematico allo stesso tempo, opere famosissimi con altre quasi sconosciute, con un unico filo conduttore, quello della bellezza.

I principi sottesi a tale esposizione – ha dichiarato Antonio Natali –  si devono al mio maestro Carlo Del Bravoprofessore di Storia dell’Arte Moderna all’Università di Firenze scomparso di recente – la curiosità intellettuale, un po’ di spregiudicatezza, l’uscire con la voce fuori dal coroPenso che mostre di questo tipo – ha aggiunto l’ex Direttore della Galleria degli Uffizi – o hanno organizzatori intelligenti, o hanno organizzatori masochisti oppure è lo Stato a farle. Lo Stato infatti ha il dovere di proporre mostre che siano educative”.

Resa possibile grazie a una rete di collaborazioni intessuta con musei e istituzioni, anche su scala internazionale, Il Cinquecento a Firenze presenta degli accostamenti sorprendenti, come il trio mozzafiato composto dalla Deposizione dalla croce di Volterra di Rosso Fiorentino (1521), la Deposizione di Santa Felicita del Pontormo (1525-1528) senza dubbio l’attrazione principale della mostra, e il Cristo deposto di Besançon del Bronzino”, quest’ultima opera, in particolare, rientra per la prima volta a Firenze per questa occasione dal 1545, e riscoprire, tra gli altri, capolavori come la celebre Pietà di Luco di Andrea del Sarto e il Dio fluviale di Michelangelo.

Anche questa volta, come nello stile di Palazzo Strozzi, la rassegna è affiancata da itinerari Fuorimostra di approfondimento nel territorio, rendendo quindi la mostra un’occasione per la valorizzazione del patrimonio artistico diffuso, associata a un ciclo di conferenze. Del resto, ha evidenziato il curatore Carlo Falciani, l’invito quello di “tornare più volte, soprattutto dopo aver visitato le grandi basiliche fiorentine e aver colto lo spirito di questo periodo storico, oltre i pregiudizi”.

Fondamentale è stato il ruolo di Friends of Florence, che ha permesso il restauro di sei opere, a cominciare dalla Deposizione del Pontormo, insieme alla cappella Capponi in Santa Felicita, per cui l’opera fu dipinta, per proseguire con straordinarie pale come L’Immacolata Concezione del Bronzino, Cristo e l’adultera e la Visione San Fiacre di Alessandro Allori, e le sculture del Dio fluviale di Michelangelo e del Crocifisso del Giambologna.

Tra le opere sacre suggerirei di soffermarsi ad ammirare con attenzione la Crocifissione della Chiesa di Santa Maria del Carmine di Vasari (1560–1563), l’Immacolata Concezione del Bronzino in deposito alla Chiesa della Madonna della Pace (1570-1572), la Resurrezione della Basilica di Santa Croce di Santi di Tito (1574 circa), Cristo e l’adultera di Alessandro Allori (1577) della Basilica di Santo Spirito; mentre tra le opere profane le Sei lunette, qui riunite per la prima volta, che costituiscono uno dei rari cicli pittorici di soggetto profano e allegorico eseguiti da alcuni dei pittori coinvolti nello Studiolo  di Francesco I a Palazzo Vecchio. Inoltre il Mercurio del Kunsthistorisches Museum di Vienna di Giambologna (1564–1565 circa), e Michelangelo, Soderini e il sultano della National Gallery di Londra di Mirabello Cavalori (post. 1564). Nelle ultime due sale sono raccolti marmi e tavole d’altare di grande tenore qualitativo, opere eseguite proprio allo scadere del Cinquecento o addirittura già sul primissimo avvio del Seicento come: la Visione di San Tommaso d’Aquino della Chiesa di San Marco a Firenze di Santi di Tito (1593), I miracoli di San Fiacre di Alessandro Allori da Santo Spirito (1596) e l’altorilievo di Pietro Bernini San Martino divide il mantello col povero (1598 circa) dal Museo di San Martino a Napoli. Sarà facile cogliere in esse i segni della poesia alta che informa la cultura figurativa a Firenze, ben oltre quei tempi d’inizio secolo, in cui solitamente si vuole confinare il primato artistico della città.

Cecilia Barbieri 

About the author

Cecilia Barbieri

Nata a Firenze, dove vive e lavora, ha conseguito la Laurea in Storia dell’Arte all’Università di Firenze. Ha lavorato nell’organizzazione di mostre ed eventi e ha curato nel corso degli anni diverse pubblicazioni di Storia dell’Arte e di Storia del territorio. Giornalista pubblicista collabora costantemente come freelance con diverse testate di settore.

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