MEME TOPICS

50 anni di arte contemporanea attraverso il corpo femminile

Dal Vagina Painting di Shigeko Kubota del 1965 alle performance di Vanessa Beecroft e oltre: 50 anni di arte contemporanea descritta sul corpo femminile come forma di espressione, denuncia, bellezza, protesta ed emancipazione.“Tutto ciò che è desiderato o disprezzato viene sempre affidato al corpo femminile. La donna, più che l’uomo, porta i segni della cultura da cui proviene”.

 

Nel corso dei secoli il corpo della donna è stato ora simbolo di bellezza e desiderio, ora emblema del peccato, ma la sua misteriosa forza creatrice ha continuato a rappresentare un fulcro d’interesse nella società e nella cultura di ogni tempo che, talvolta, ne hanno riconosciuto ed ammirato l’incredibile energia generatrice, talaltra hanno reso il suo potere fonte di turbamento e di scherno.

Gran parte della consapevolezza della soggettività e della forza del corpo femminile risale però in modo ineluttabile alla seconda metà del Novecento, periodo in cui la presunta superiorità maschile viene messa in discussione col diffondersi, a livello internazionale e in modo strutturato, del movimento femminista e della sua volontà di abbattere la divisione dei ruoli maschio/femmina. La donna finalmente si proclama individualità distinta – e non più oggetto proprietà prima della famiglia e poi del marito – anche esercitando la proprio volontà di decidere di se stessa, del proprio corpo e della propria sessualità.

E’ in questi anni che prendono il via anche le prime ricerche artistiche legate al corpo, le cui esponenti femminili si fanno intense, sofferte e sincere interpreti di questa corporeità faticosamente ritrovata.

Nel 1965, con un’azione provocatrice ed irriverente, la giapponese Shigeko Kubota (Niigata, 1937) accovacciata su una tela e realizza il primo Vagina Painting, tenendo e muovendo il pennello con la vulva. Una performance dissacrante che, contrapponendosi al dripping di Jackson Pollock, sembra riscoprire in un modo “fisicamente” femminile certi antichi culti matriarcali legati ad una forma di “sacra oscenità”, una saggezza della sessualità che si esprimeva attraverso dee impertinenti che parlavano proprio attraverso la loro vagina.

Le Azioni che negli anni Settanta caratterizzano l’attività di performer di Gina Pane (Biarritz, 1939 – Parigi, 1990) vertono invece attorno a un dialogo simbolico tra corpo e spirito, dove la violenza e la mistificazione di cui si carica il gesto artistico si colora di una dimensione sacrale, che lo rende assimilabile ad un rituale di purificazione. La Pane ferisce il proprio corpo per mostrare la vulnerabilità che accomuna ogni essere umano, attraverso un silenzioso e lacerante grido catartico contro i dettami del nascente capitalismo, contro l’indifferenza e contro le politiche della guerra.

 

La donna abbandona così il suo tradizionale ruolo ritirato e domestico per farsi portavoce, con la sua fisicità, di un messaggio di protesta, che passa attraverso la consapevolezza della propria soggettività e del proprio libero arbitrio, capace di manifestarsi anche attraverso forme estreme di arte in cui il corpo (body) diventa elemento e discrimine fondante.

In quegli stessi anni la cubana Ana Mendieta (L’Avana, 1948 – New York, 1985) rievoca antichi culti ancestrali segnando il paesaggio con il proprio corpo. Con le Silueta, sagome scavate nella terra e poeticamente modellate con pietre e fiori, l’artista sembra cercare di ricongiungersi proprio a quella Dea Madre generatrice di vita.

La Mendieta si abbandona così ad un’antica forza femminile, accogliendone però anche il disperato urlo di dolore, che prenderà forma in alcune performance sanguinose ed agghiaccianti, simboli di un corpo per secoli violato ed umiliato, come in Rape scene del 1973, dove ricostruisce e interpreta nel suo appartamento la scena di uno stupro.

 

Il percorso artistico della viennese Waltraud Höllinger (Linz, 1940) si pone invece alla ricerca di una nuova definizione dell’identità femminile e vede, nella decisione di cambiare il proprio nome in VALIE EXPORT (cioè: “esportatrice di valori e di trasformazioni politiche e sociali”), il primo di una serie di gesti rivoluzionari. Con la EXPORT infatti il corpo si fa politico e, mediante una serie di performance estremamente provocatorie, vuole mettere in discussione la passività dello spettatore, obbligandolo ad un confronto reale col corpo femminile, che così da oggetto si fa soggetto, come in Genital Panic, del 1969.

Marina Abramović (Belgrado, 1946), la cui attività di performer inizia negli anni Settanta ed ancora oggi prosegue, incentra il proprio lavoro sui limiti del corpo e sul loro superamento, al fine di raggiungere un diverso livello di consapevolezza. Attraverso delle performance inizialmente estreme e violente (in Rhythm 10 del 1973, per esempio, passa tra le dita della mano 10 tipi di lame, in un pericoloso equilibrio tra self-control, gestualità e ritualità) che, col passare degli anni, si fanno sempre più simili a delle pratiche di meditazione (come in The artist is present del 2010), la Abramović scardina la tradizionale scissione anima/corpo, per fare della corporeità il veicolo per il raggiungimento di nuovi stati di coscienza.

 

La statunitense Cindy Sherman (Glen Ridge, 1954) ricorre invece alla fotografia per indagare gli stereotipi che popolano la nostra società di massa. L’artista, attiva dagli anni Settanta, realizza infatti numerose serie di scatti che – grazie ad una caleidoscopica varietà di acconciature, trucchi, costumi ed ambientazioni – la vedono camaleontica protagonista di una moltitudine di ruoli e personaggi. La Sherman fa così del suo corpo uno specchio del mondo circostante e, mediante dei ritratti quasi caricaturali e grotteschi, mette a nudo i cliché creati dai mass-media (Centerfolds/Horizontals, 1981).

Nelle opere di Jenny Saville (Cambridge, 1970) la fisicità entra in maniera apparentemente ancor più indiretta, né attraverso la performance né attraverso la fotografia, bensì mediante il dipinto, che però si mostra capace di descrivere la verità del corpo in tutta la sua crudezza, fatta anche di grasso, sangue, cicatrici ed operazioni chirurgiche (Strategy South Face/Front Face/North Face, 1993-1994). Le enormi tele della pittrice inglese abbandonano infatti ogni idealizzazione, per rivelare l’imperfezione e la fragilità insite del corpo, ma anche per raccontare come quella violenza e quella brutalità, per secoli associate al corpo maschile, facciano invece parte anche della dimensione femminile.

 

Con l’italiana Vanessa Beecroft (Genova, 1969) torniamo all’arte performativa, che diviene però complesso gioco dialogico tra antico e contemporeneo. La Beecroft infatti, ricorrendo a geometriche coreografie di corpi femminili nudi che sembrano ripercorrere la storia dell’arte, realizza degli articolati tableaux vivants che indagano l’ossessione per il corpo e per il cibo, caratteristiche della nostra società. Le modelle, agghindate come manichini e poste in ambientazioni stranianti, disarmano lo sguardo dello spettatore, obbligandolo ad interrogarsi sugli stereotipi a cui siamo ormai assuefatti.

 

Il corpo della guatemalteca Regina José Galindo (Città del Guatemala, 1974) si carica invece di tutte le sofferenze del suo popolo – dilaniato da decenni di dittature militari, guerre civili, discriminazioni e violenze sulle donne -, per farsi portavoce di un messaggio di protesta. Tramite azioni da lei stessa definite come “atti di psicomagia”, caratterizzate da una gestualità aggressiva che intende indagare i propri limiti fisici e psicologici, la Galindo utilizza la corporeità per denunciare i drammi del popolo guatemalteco e dell’intera società, come in El dolor en un pañuelo del 1999, dove il corpo nudo dell’artista, legato in verticale ad un letto, diventa schermo su cui vengono proiettate le truci notizie di abusi sulle donne guatemalteche della stampa locale.

 

Il percorso verso l’individuazione di sé non è mai semplice, si rivela anzi un viaggio complesso e spesso doloroso che non può prescindere dalla conoscenza delle proprie zone d’ombra. Per la donna tale processo si presenta probabilmente ancor più articolato, dopo secoli vissuti sempre e solo “in funzione” e “all’ombra” di qualcuno, e non può esimersi dall’esperienza viscerale del proprio corpo, dei suoi limiti, della sua sofferenza, ma anche della sua incredibile capacità creativa e di rinnovamento.

Numerose sono le artiste che in questi decenni si sono addentrate in questa ricerca profonda ed emozionante – alcune le abbiamo incontrate nel corso di quest’articolo, ma molte altre, per ovvi motivi di spazio, abbiamo dovuto tralasciarle -, gettando, con il loro lavoro, le basi per una nuova possibilità dell’essere donna, finalmente più consapevole e libera. A partire dalla propria fisicità.

Allison Bersani

About the author

Allison Bersani

Allison nasce nel 1985 a Verona. Si laurea in Beni Culturali con una tesi intitolata “Il corpo nell’opera di Egon Schiele e Francis Bacon”.
Da sempre coltiva la passione per la scrittura che la porta a realizzare brevi racconti e a collaborare con riviste d'arte, come i.OVO, in veste di redattrice.

Add Comment

Click here to post a comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.