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2° giovedì del mese | Trap Ebbasta

Non c’è la rabbia, siamo oltre il nichilismo e l’esistenzialismo. Impellicciati, con i Rolex d’oro al polso. Verso il nulla assoluto, finché il flow funziona. Ecco la Trap.

Le vicende tragiche del 7 dicembre alla discoteca di Corinaldo, dove avrebbe dovuto esibirsi Sfera Ebbasta, hanno portato alla luce il fatto che anche tra i giovanissimi, accompagnati dai propri genitori, imperversa la musica trap.

Non entriamo nel merito del terribile accaduto, le cui cause non sono certo da ricercare in un genere musicale e nei suoi esponenti.

Cerchiamo invece di capire che cos’è la trap.

Nata negli Stati Uniti del sud negli anni 2000, il nome ha chiaramente un rimando al rap, in effetti è un genere che deve molto al parlato anni ‘90, così come all’hip hop.

In realtà però il nome deriva dallo slang trap house con cui ad Atalanta, in Georgia, venivano indicate le case dello spaccio in periferia.

In Italia si è affermata negli ultimi anni. La prima canzone trap è stata individuata in Il ragazzo d’oro di Gué Pequeno, che però è un po’ di una generazione precedente. Quelli sulla cresta dell’onda, al momento, sono Sfera Ebbasta, Achille Lauro, Dark Polo Gang e Young Signorino. Caso a parte è Ghali, più poetico e impegnato, forse perché figlio di genitori immigrati.

Per il resto, i testi parlano di sesso, droghe, donne. La ricchezza ostentata, i macchinoni.

Molti autori in effetti vengono da un passato difficile e ce l’hanno fatta da soli grazie all’incredibile potere di Youtube. Hanno caricato i video fai da te, dopodiché sono arrivate le visualizzazioni e le case discografiche. Altri testi invece sono soltanto l’espressione della noia delle classi benestanti, scritti da rampolli che fanno dei loro vizi le loro bandiere.

Voce camuffata con l’autotune, ritornelli che funzionano, giochi di rime, drum machine, suoni elettronici.

“Saremo ricchi per sempre” dice la canzone di Sfera. E il resto non conta. Con i simboli del potere fatti propri e sfoggiati oltre misura, come i Rolex o le BMW, contro cui lottavano i giovani del passato.

È notevole il fatto che sia nei testi di Sfera Ebbasta che di Achille Lauro venga citato spesso Kurt Cobain. Ma il grunge è sicuramente dead. Perché non c’è esistenzialismo, non c’è rabbia che generi ribellione. Non ci sono ideali, né riflessioni. Una commistione di generi e l’estetismo portato alle sue estreme conseguenze. Con profili Instagram di tutto rispetto, come quelli degli influencer.

Facciamoci vedere, facciamoci sentire. Ma alla fine non diciamo niente. Intratteniamo. In effetti, lo diceva anche Kurt. Here we’re now, entertain us.

Ce l’abbiamo fatta, non si sa bene come. Senza studiare, bocciando varie volte alle medie per poi abbandonare la scuola e rimarcare la sua abissale distanza dal mondo reale dei giovani.

Ce l’abbiamo fatta e questa vita ce la fumiamo, beviamo, sniffiamo. Finché si può. Con i tatuaggi che tappezzano tutto, anche la pelle del volto.

Fino a scomparire, dietro occhiali giganti e pellicce fluo.

Ma il flow funziona. Viene voglia di cantare, di ballare. Il ritmo rimane in testa e ti sembra che rispecchi alla perfezione l’approdo a cui siamo giunti.

Il nulla assoluto, ma forse va bene così. Avanti tutta e basta.

Alessandra De Bianchi

About the author

Alessandra De Bianchi

Classe 1984, due figli maschi, un gatto, un marito e una laurea magistrale in Filosofia. Lavoro: scrittura e correzione testi su commissione come libera professionista, per chiunque ne abbia bisogno. In passato: galleria d’arte, casa editrice e ufficio stampa, collaborazioni come editor, organizzazione eventi e partecipazione come autrice al romanzo In territorio nemico, minimum fax 2013.