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2° giovedì del mese | Nell’ex manicomio di Volterra

È un giorno d’inverno senza quel solito grigiore a rappresentarlo. Non piove, non ci sono nuvole, c’è un cielo terso a regalare illusioni di tepore mentre è ancora freddo fuori dal cemento, nella natura.

Arrivare a Volterra è un’ascesa, estetica, per la campagna. Le mimose a dare i primi segnali in mezzo al torpore aspro di febbraio, con un sole che abbaglia prematuramente.

Volterra, il manicomio.

Si può forse associare all’alabastro, ma la prima cosa che sale alla mente quando pensiamo al bel borgo toscano è il manicomio. Quel manicomio che nacque alla fine del 1800, che conobbe il suo massimo vigore e senso di esistere sotto la direzione di Luigi Scabia dal 1900 al 1934 e che poi, dopo la Legge Basaglia, iniziò lentamente a inabissarsi, finché non fu del tutto dismesso nel 1990.

Nel momento di maggiore attività contò 4.800 degenti, più di un terzo dei volterrani. Una vera e propria città all’interno della città. Padiglioni, serre, falegnamerie, lavanderie… attività di vario tipo per portare avanti quella ergoterapia che animava il pensiero positivista e l’opera di Scabia, affinché anche le persone con disturbi psichici potessero trovare un senso lavorando.

Un sistema autosufficiente, dove chi non era troppo grave da dover stare rinchiuso poteva godere una certa libertà di vivere, fare cose operose, camminare… sebbene tutto si svolgesse in un perimetro delimitato, protetto, ospedalizzato e sorvegliato.

Una salita, anch’essa una specie di ascesa tra l’odore del muschio boschivo e l’asfalto umido dei sentieri, ti porta su all’ingresso dell’antica struttura.

È domenica, è l’ora di pranzo ed è uno di quei giorni in cui l’associazione “I luoghi dell’abbandono” ti permette di visitare, insieme anche a delle guide ma perlopiù lasciandoti libero di vedere, questo ex manicomio.

Le guide sono brave, uno di loro è il figlio di Aldo Trafeli, l’infermiere di Fernando Nannetti meglio noto come NOF4 e autore di una mirabile opera muraria: 180 m, tutto il perimetro del Padiglione “Ferri”, quello più in alto e isolato perché giudiziario, inciso per una altezza di 2 m.

La storia di Nannetti è tanto commovente quanto emblematica, un uomo figlio di nessuno che passò tutta la vita rinchiuso in delle strutture. Una di queste fu appunto Volterra, dove esplicò, lontano dalla sua amata Roma natia, il senso di esistere malgrado tutto e in nome della dignità umana, incidendo parole e disegni con la fibbia del suo gilet.

È anche per salvare la sua creazione, per sottrarre al deterioramento quel muro della sofferenza che si libra nell’arte, che vengono fatte queste visite in collaborazione con la onlus “Inclusione Graffio e Parola” che tutela la memoria di NOF4.

Per il resto, che dire… Sono le immagini che si stagliano nella mente, le visioni che testimoniano la distruzione dell’opera dell’uomo. Edifici imponenti, di un’architettura classica, che stanno crollando mentre la natura viva torna ad avere il sopravvento con i suoi rami che si intersecano con le mura fino a penetrare in ogni dove gli interni.

Sono i calcinacci, i vetri rotti, le tegole cadute e gli allagamenti, le scale spezzate. I bagni speculari uno sopra l’altro con le vasche arrugginite, qualche oggetto ancora lì come un vasino da notte per bambini che chissà in che modo e perché ci era arrivato. I murales fatti negli anni da chiunque potesse entrare, che danno all’antico un segno di contemporaneo affinché tutto venga sepolto simultaneamente.

Le fondamenta barcollano sui graffi del tempo. Nel limbo attuale, ogni cosa è sospesa in una pregnante quanto insensata pace eterna.

Tutto si annulla e la vegetazione richiama a sé il senso di un luogo che non c’è più, sebbene in ogni angolo riecheggi il grido della sofferenza umana, del suo pensiero relegato e così dimenticato.

Alessandra De Bianchi

About the author

Alessandra De Bianchi

Classe 1984, due figli maschi, un gatto, un marito e una laurea magistrale in Filosofia. Lavoro: scrittura e correzione testi su commissione come libera professionista, per chiunque ne abbia bisogno. In passato: galleria d’arte, casa editrice e ufficio stampa, collaborazioni come editor, organizzazione eventi e partecipazione come autrice al romanzo In territorio nemico, minimum fax 2013.

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