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2° giovedì del mese | In tempi di guerra… la “Dittatura degli Emoji”

Si avvicina il Natale, il terrorismo imperversa, gli ultranazionalismi tornano alla ribalta… E nessuno sa più scrivere ma tutti usano gli “emoji”. Perché?

1.emoji

Tempi duri anche per i cosiddetti Grammar Nazi – ovvero le sentinelle degli errori ortografici, i paladini della correttezza grammaticale che si infuriano di fronte agli sbagli linguistici, sfogando così le proprie idiosincrasie ossessivo-maniacali.

Che nessuno sappia più scrivere in italiano, infatti, ce ne siamo accorti da un bel po’. Anche le migliori testate giornalistiche sono disseminate di articoli dove “qual è” è scritto con l’apostrofo, il “” affermativo ha irrimediabilmente perso l’accento, il “po’” ha tragicamente seguito la lingua parlata e tramutato così l’apostrofo che indicava un troncamento con un accento, “” voce del verbo dare non è più distinguibile dalla preposizione “da”… E così via, in un elenco pressoché infinito, che sarebbe ancora più gremito se aggiungessimo anche quegli errori che, oramai, se non vengono commessi pare più una raffinatezza che una scrittura corretta: “È” invece di “E’”, “perché” invece di “perchè”…

Nessuno sa più scrivere senza commettere sbagli, ma tutti sanno perfettamente usare gli emoji. Cosa sono gli emoji, da non confondere con le emoticon? Il termine può essere tradotto, grossomodo, con la parola “pittogramma” e difatti, come tutti ben sappiamo, gli emoji sono una serie di simboli grafici, introdotti per la prima volta in Giappone nel 1999 dall’operatore NTT DoCoMo ed usati, in perfetto stile nipponico, per integrare le parole scritte con l’uso delle immagini. Si differenziano dalle emoticon – che hanno invece avuto origine in Occidente, precisamente alla Carnegie Mellon University nel lontano 1982, quando l’informatico Scott Fahlman decise di usare per la prima volta le “faccine” per distinguere un messaggio serio da uno più frivolo: -( vs -) –, perché queste ultime sono sempre dei simboli immaginifici ma esprimono soltanto le emozioni del volto umano, il termine è infatti una sintesi di emotion e icon. Dunque, gli emoji contengono le emoticon e sono di una vastità pressoché sconfinata.

Veniamo a noi, cosa c’entra l’uso degli emoji con il terrorismo, il Natale che si avvicina, i successi delle Le Pen in Francia?

Le Pen

Tutto pare essere collegato perché il ricorso alle immagini, come espressione principale delle emozioni, ha a che fare con la “crisi del Logos” che è in atto da tempo.

Vale a dire, finora il modo occidentale con i suoi ideali di “dominio liberale” (e l’ossimoro non è un caso) si è fondato anche sul “tempio della scientificità”, ovvero sul potere della parola che esprime concetti razionali, scientifici. Questo impero sta crollando e con lui tutta la baracca, compresi i banali, si fa per dire, modi di esprimersi. Le parole non bastano più, vengono anche usate male (v. sopra) e quindi ci appelliamo ad un universo immaginifico fatto di faccine gialle, gesti delle mani, casine, omini e donnine e così via.

Ad un mondo-pensiero pare si stia quindi sostituendo un mondo-emozione, di cui gli emoji sono un’espressione frivola e divertita. Sono il lato positivo della medaglia – a parte per quegli intellettuali radicali, avversi alla contemporaneità, che preferirebbero una coltellata piuttosto che usarli –, sebbene siano anche un po’ indice di pigrizia emotiva: si preferisce piazzare un’immaginetta piuttosto che tentare di esplicare verbalmente i propri stati d’animo, e non è un caso che siano nati in Giappone dove l’emotività è estremamente controllata.

pentola a pressione

Ma la crisi del Logos ha anche un lato drammatico, di cui l’ISIS e gli estremismi sono espressione: il mondo sta scoppiando, il contenimento razionale non regge più e come ciclicamente – nel divenire a spirale fatto di sempre nuove ripetizioni – avviene nella storia (che, ahimè, forse non insegna veramente niente) siamo in un’epoca che raffigureremmo con una dozzinale pentola a pressione che scoppierà, che forse è già scoppiata e chissà dove ci porterà…

Alessandra De Bianchi

About the author

Alessandra De Bianchi

Classe 1984, due figli maschi, un gatto, un marito e una laurea magistrale in Filosofia. Lavoro: scrittura e correzione testi su commissione come libera professionista, per chiunque ne abbia bisogno. In passato: galleria d’arte, casa editrice e ufficio stampa, collaborazioni come editor, organizzazione eventi e partecipazione come autrice al romanzo In territorio nemico, minimum fax 2013.

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