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2° giovedì del mese | Il Miracolo

La serie tv Il Miracolo, esordio cinematografico di Niccolò Ammaniti, ha oltrepassato le aspettative… e il miracolo, noi, dove lo metteremmo?

Sono andate recentemente in onda su Sky le otto puntate della serie tv Il Miracolo. Le aspettative e il solito immancabile scetticismo dell’attesa hanno lasciato spazio, in chi lo ha visto, al plauso per l’oggettiva riuscita.

Lo scrittore Niccolò Ammaniti ha esordito da regista, con l’aiuto di Francesco Munzi e Lucio Pellegrini, nonché di un cast di attori molto bravi, che hanno saputo rendere al meglio le sfumature di per sé complesse dei vari personaggi. E ha così confermato le doti cinematografiche della sua scrittura.

Stilisticamente torna tutto. Dalla colonna sonora che ad ogni inizio puntata ripropone Il Mondo di Jimmy Fontana, che sembra una divagazione retrò dalla tensione che caratterizza ogni scena iniziale, ma che invece amplifica la prospettiva in modo efficace senza insensati virtuosismi. Come le note di Badalamenti in Twin Peaks, la quiete malgrado tutto.

Le ambientazioni, i dialoghi, il dipanarsi delle vicende… sono magistralmente diretti e studiati.

Dato che l’Ammaniti scrittore molto spesso degenera a rimarcare la sua primaria vocazione da “cannibale”, si poteva temere che anche qui cedesse al trash, alle visioni splatter. Invece è abbastanza misurato. L’onnipresente tragicità si risolve nel sublime senza perdersi e crogiolarsi troppo nei bassifondi, per cui il grande tema del miracolo non viene mai stravolto, accompagna con discrezione, da un’altra dimensione, ogni realistica vicenda. L’ansia c’è, in ogni dove, ma la pesantezza dell’umano, anche se fa da protagonista, riesce a trascendere nella sospensione del sovrannaturale.

Senza spoilerare e senza addentrarci nelle valutazioni cinematografiche, ma invitando chi non lo ha ancora fatto a vederlo, soffermiamoci allora anche noi sul miracolo.

Mistero della Fede. Annunziamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua Resurrezione, nell’attesa della tua venuta”.

Ad ogni messa il prete parla di un mistero e invita i credenti a rinnovare il proprio atto di fede. Ecco perché, come è stato osservato, il miracolo è per i fedeli una sorta di beffa. Come una vittoria al gratta e vinci – nella serie tv trova pure spazio a margine, forse non a caso, la ludopatia –. Un credente deve rinnovare continuamente il suo atto di fede cieco, verso un disegno divino che è ai suoi occhi imperscrutabile e irrazionale. Perciò, un miracolo svilisce questo suo sforzo piuttosto che aiutarlo. Soprattutto un miracolo in un certo senso fine a se stesso come quello narrato da Ammaniti, che si ispira alla storia realmente avvenuta nel ‘95 a Civitavecchia di una madonnina che piange sangue. Se bisogna credere al di là delle inspiegabili sofferenze umane, se un disegno divino esiste al di sopra di tutto, sembrano quasi inutili sporadiche conferme ultraterrene che, insediandosi nel corso vorticoso delle vicende mondane, finiscono per rimanere eccezioni che non cambiano il corso degli eventi.

A cosa servirebbe, difatti, un miracolo? Sarebbe, forse, solo un perturbamento e si continuerebbe comunque a tirare avanti.

Inoltre, la nostra società non avrebbe spazio per i miracoli. Viviamo in un mondo ansiogeno e ansioso. Lo spread, gli immigrati, i femminicidi… Le comunicazioni sono congestionate da notizie perlopiù infernali che ben poco posto lasciano ai segnali del paradiso. L’immaginario della beatitudine finisce per essere incarnato dai profili delle fashion blogger, che paradossalmente incarnano la caricatura prosaica e consumistica di chi “miracolosamente” ce l’ha fatta.

Siamo distanti dalla magia, nel senso neoplatonico del termine. Non c’è posto per il misticismo, per il sovrannaturale. Come nella serie, è più preoccupante un referendum sull’uscita dall’euro di un fenomeno metafisico inspiegabile dalla scienza.

Abbiamo occluso quasi tutti i canali che possano travalicare la cronaca nera e la razionalità.

Dove starebbe un miracolo? In nessun luogo, probabilmente. E la madonnina smetterebbe silenziosamente di piangere.

Alessandra De Bianchi

About the author

Alessandra De Bianchi

Classe 1984, due figli maschi, un gatto, un marito e una laurea magistrale in Filosofia. Lavoro: scrittura e correzione testi su commissione come libera professionista, per chiunque ne abbia bisogno. In passato: galleria d’arte, casa editrice e ufficio stampa, collaborazioni come editor, organizzazione eventi e partecipazione come autrice al romanzo In territorio nemico, minimum fax 2013.

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