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2° giovedì del mese | Il dilemma del sì o no, a un passo dal referendum

Alle soglie del referendum, chiediamoci se è davvero necessario chiamare il popolo alle urne su determinate questioni e soprattutto chiedergli una risposta secca, un aut aut.

L’argomento referendum è alquanto spinoso, soprattutto perché ci sono questioni su cui il popolo tutto non può decidere, semplicemente perché non ne è in grado. È stato questo il caso dell’ultimo sulle trivelle, ma se ne possono annoverare altri in cui il quorum è stato raggiunto, come quello sul nucleare del 1987 che sulla scia di Chernobyl ha tagliato fuori l’Italia dagli sviluppi energetici senza produrre niente di buono in un’ottica ecologista.

Ed eccoci dopo pochi mesi di nuovo in procinto di un referendum, quello costituzionale del 4 dicembre, in cui Renzi si gioca tutto, in un raise all-in che piuttosto che mettere in ballo la Costituzione fa sì che a rischiare sia il governo, la sua possibilità di perpetrarsi fino a fine mandato.

poker

Come dicevamo, siamo chiamati a votare “sì” o “no”, risposta secca, su una riforma della nostra Costituzione. E allora ricordiamoci un attimo il fatto che la Costituzione italiana è nata proprio in seguito al Referendum del 2 giugno 1946 – il primo in cui votarono anche le donne – che sancì la fine della monarchia. La Costituzione entrò in vigore il 1° gennaio 1948 gettando le basi di una nuova Repubblica fondata su principi di eguaglianza, rispetto, diritti e doveri tipici di una società democratica. Il referendum del 2 giugno come aut aut aveva senso: o si voleva il re, oppure no. Idea chiara e distinta, o si è monarchici o no, non si può tentennare in ibride vie di mezzo, anche se tutto è opinabile e non assoluto, lo sappiamo.

La creazione di uno Stato libero, appena uscito da un conflitto mondiale e da una dittatura, sancita dalla Costituzione è sicuramente qualcosa che porta con sé un’aura di sacralità. Ma da qui a venerare la Costituzione italiana come se fosse la Bibbia, a crederla immodificabile e immortale, ce ne corre. Sul fatto che venga messa in discussione, quindi, nessuna obiezione, ma che venga richiesto di dire “sì” o “no” a tutta una serie di modifiche qualche perplessità la suscita.

Indire un referendum è come incitare qualcuno a mettere un like oppure no. Persino Facebook ha capito che solo il pollice all’insù non bastava come reazione, ma che ogni cosa porta con sé delle sfumature e non c’è niente di pienamente bianco o pienamente nero. Magari siamo d’accordo su un punto e non su un altro, diciamo “sì” o “no” con riserva, con commenti che ne diminuiscono il valore assoluto.

like

Detto questo, oggigiorno in Italia, la politica del fare di Renzi ha senso: “dammi un like” o no, perché se non me lo dai io non posso governare. Ha senso perché c’era bisogno di uscire dall’immobilismo e “fare cose”.

Bisogna però capire anche che in democrazia i cittadini delegano le decisioni a politici, tecnici eccetera lautamente stipendiati per questo, e non si può ogni volta pretendere che chiunque abbia un’idea chiara e distinta su varie questioni e che quindi possa pronunciarsi con un sì o con un no.

È il mondo attuale senza sfumature, senza punteggiatura, dove si procede attraverso esclamazioni e non interrogazioni, dove si parla con gli hashtag definendo le cose senza contorni indefiniti… E allora diciamolo questo “sì” o questo “no”, pollice all’insù o pollice verso, per dare un “like” e non dire nient’altro.

Alessandra De Bianchi

About the author

Alessandra De Bianchi

Classe 1984, due figli maschi, un gatto, un marito e una laurea magistrale in Filosofia. Lavoro: scrittura e correzione testi su commissione come libera professionista, per chiunque ne abbia bisogno. In passato: galleria d’arte, casa editrice e ufficio stampa, collaborazioni come editor, organizzazione eventi e partecipazione come autrice al romanzo In territorio nemico, minimum fax 2013.

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