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2° giovedì del mese | Il bagno, dimora solipsistica

Il bagno è la dimora solipsistica, l’inconscio della nostra casa. Luogo appartato, chiuso in se stesso, in cui ogni giorno siamo costretti a sostare. Si può evitare l’uso della cucina con pietanze takeaway, scegliere giacigli alternativi al letto e non perdersi mai nell’ozio del salotto, ma il bagno è per tutti un passaggio obbligato, ovviamente.

Spazio di scarico, reale e virtuale, da cui defluiscono sia le acque chiare che le acque scure, in un andirivieni che unisce la mente al corpo, il puro all’impuro, all’interno di quel teatro di bisogni fisiologicamente indispensabili e mentalmente sublimati.

Così come diceva Kundera, in uno di quei pochi passaggi che valgono, insieme al titolo, la lettura di L’insostenibile leggerezza dell’essere: “Nelle stanze da bagno moderne, le tazze del gabinetto si alzano dal pavimento come bianchi fiori di ninfea. L’architetto fa di tutto affinché il corpo dimentichi la miseria e l’uomo non sappia […] nulla delle invisibili Venezie di merda sulle quali sono costruiti i nostri bagni”.

Una stanza così accessoriata e sublimata come la conosciamo adesso esiste soltanto dal XIX secolo, ma il bagno è un concetto che accompagna l’umanità da sempre, le sue prime versioni risalgono al 3.000 a.C., così come testimonia anche il libro del 1960, Civiltà in bagno di Lawrence Wright, che ne ripercorre tutta la storia.

Il termine ha origine dalla parola balneum, a sua volta derivante dal greco balanèion, e significa “immersione del corpo nell’acqua”. Un senso etimologico che rimanda quindi, prima di tutto, ad un’idea di purificazione e di detersione.

Ma il bagno come stanza simbolica non è meramente il luogo deputato all’igiene, quanto lo spazio dove ognuno di noi può rinchiudersi, immergersi nelle proprie necessità profonde, non solo materiche. Infatti, a livello psicoanalitico simboleggia il luogo stesso dell’analisi, là dove le parti recondite della nostra mente possono trovare canali di sfogo fino alla liberatoria esplicitazione.

La simbologia del bagno è pregnante anche quando si tratta di un luogo pubblico perché, come a casa, è sufficiente girare la chiave per percepire la protezione che quelle quattro mura sanno darci. Basta un clack e puoi tornare in utero, senza interferenze esterne a meno che non siano volute. L’immaginario horror prova a smentirlo, da Psycho in su e in giù, ma diciamo che in linea di massima è così.

Il bagno è un luogo psicofisico che ci protegge e molto spesso ci sdoppia in variegati monologhi interiori. Perché è difficile che in un bagno non ci sia uno specchio pronto a restituirci la nostra interiorità, a far sì che la sosta si traduca verbalmente in chiacchierate con noi stessi davanti a quell’immagine riflessa dell’intimità nascosta.

In arte più che il bagno in se stesso, usato soprattutto come ambientazione là dove si volevano ritrarre spaccati di vita reale in epoca impressionista, sono diventate provocatorie opere di successo le sue componenti, dall’orinatoio di Duchamp al cesso d’oro di Cattelan. Nel 2008, il Moma di New York lo eresse a luogo espositivo per una mostra collettiva, allestita nei bagni di comune uso al 5° piano. E c’è chi si è spinto oltre nell’innalzamento del bagno, come il regista fiorentino Lorenzo Bechi che ha deciso di ambientarci interamente un film, Bathrooms del 2013, dove le scene raminghe o con più personaggi si svolgono solo ed esclusivamente in quattro bagni.

Il nostro bisogno voyeuristico prova a spiare le emblematiche declinazioni che la stanza più simbolica e controversa può avere. Sessualità, discussioni, tossicodipendenze, rumori di sottofondo, parole allo specchio… ma la porta è chiusa, noi siamo dentro e non vogliamo che nessuno ci disturbi, almeno per un po’.

Alessandra De Bianchi

About the author

Alessandra De Bianchi

Classe 1984, due figli maschi, un gatto, un marito e una laurea magistrale in Filosofia. Lavoro: scrittura e correzione testi su commissione come libera professionista, per chiunque ne abbia bisogno. In passato: galleria d’arte, casa editrice e ufficio stampa, collaborazioni come editor, organizzazione eventi e partecipazione come autrice al romanzo In territorio nemico, minimum fax 2013.

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