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2° giovedì del mese | Angeli del bello. Ma quale bello?

Ri-pulire in nome della “bellezza”. Non si capisce, però, perché il “bello” debba essere una pagina vuota, un colore piatto, uniforme. Un muro giallino è davvero meglio di qualche scritta o disegno dei graffitari? Soprattutto, chi è in grado di dire veramente cosa sia la bellezza?

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Già il nome ha qualcosa di inquietante: angeli del bello. Angeli, investiti dunque di un potere trascendente conferitogli da Dio, persone buone e pure che lottano per che cosa, per la bellezza. Il bello, come se fosse facile darne una definizione univoca, sapere di cosa stiamo parlando, agire in nome di un’oggettività inconfutabile. Per uscire un po’ dall’astratto, è il decoro soprattutto l’obiettivo della missione. E anche qui c’è da appellarsi al dizionario per mettersi d’accordo sulle parole in gioco: contegno, compostezza… dicono.

Loro stessi si attribuiscono “una miscela di pazienza e determinazione per la cura ed il decoro della città”.

Dunque, par di capire, il bello decoroso sarebbe quel giallino sbiadito che tanto piace a noi italiani. D’accordo che siamo il Bel Paese dove il sole splende generoso e non abbiamo bisogno come i nordici di colori accesi che illuminino le nostre case, ma comunque non si capisce perché le pareti esterne dei nostri palazzi, palazzine, terratetto, villini… debba essere sempre quel colorino moscio, quel giallo spento senza né arte né parte. Meglio sarebbe allora il bianco alla greca, che si gongola e si crogiola nel riverbero solare. E invece no, giallino ovunque.

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È vero che ciò che viene prodotto dai cosiddetti vandali o, senza accezioni esplicitamente negative, dai graffitari non sono sempre opere d’arte ma perlopiù scritte, simboli, macchie di colore. Comunque si tratta di un riempimento del vuoto, di una forma di espressione che vuole farsi vedere, uscire all’esterno. È una creatività libera come quella dei bambini, che seguendo il loro primo istinto dipingerebbero sui muri se non subentrasse il rimprovero genitoriale, il monito etico del “non si fa”. In effetti, alla base di questi angeli sembra esserci proprio una morale ferrea che non tentenna nelle incertezze. Siamo tutti d’accordo che il loro contributo per la pulizia di parchi e giardini sia veramente prezioso, quando si tratta di togliere la sporcizia nessuno si permetterebbe di puntare il dito accusatore e, anzi, è qualcosa di cui bisogna essere grati. Ma questo ingiallimento uniforme dei muri non è altrettanto condivisibile perché appare più come un gesto ossessivo compulsivo, dettato da chissà quali bisogni inconsci di “ordine e disciplina”, di pulizia oltremisura che va ben oltre le esigenze di decoro urbano.

Che ne sarebbe poi del muro di Berlino, delle opere di Blu e di tutte quelle espressioni dell’arte contemporanea che hanno scelto il muro come supporto creativo? Non dimentichiamoci, poi, quanto sarebbero grigi e squallidi i sottopassaggi se l’intervento di qualche bomboletta non si fosse prodigato per dare un tocco di colore.

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Non si capisce perché i disegni e le scritte sui muri diano tanto fastidio, perché il bello debba essere una pagina vuota, il colore piatto, uniforme, giallino.

Il punto focale della questione è questo: di cosa stiamo parlando? Chi sono “gli angeli” e che cos’è “il bello”? Come può un gruppo ristretto di persone, che diviene una fazione, opporsi ad un altro gruppo cancellandone e annullandone l’operato in una lotta intestina tra guelfi e ghibellini, tra amanti del giallino e illustratori a cielo aperto?

Alessandra De Bianchi

 

About the author

Alessandra De Bianchi

Classe 1984, due figli maschi, un gatto, un marito e una laurea magistrale in Filosofia. Lavoro: scrittura e correzione testi su commissione come libera professionista, per chiunque ne abbia bisogno. In passato: galleria d’arte, casa editrice e ufficio stampa, collaborazioni come editor, organizzazione eventi e partecipazione come autrice al romanzo In territorio nemico, minimum fax 2013.

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