Arte e Fotografia

Il 1968 in arte: immaginario di una generazione in mostra alla GNAM

Il 1968 è uno spartiacque tra la fine e l’inizio, tra il traguardo dell’autodeterminazione e la fine della sottomissione. È il punto di partenza per qualcosa che cambierà per sempre il modo di pensare, di agire, di manifestare dei cittadini, delle persone che sono il fondamento della struttura societaria. A questo rivoluzionario anno, all’agitazione che portò con sé nella vita sociale, politica ed artistica, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma dedica la mostra curata da Ester Coen “è solo un inizio. 1968”, che sarà visitabile sino al 14 gennaio 2018.

Carla Cerati , dalla serie Mondo Cocktail “Terrazza Martini-presentazione dei racconti di Philo Vance”, Milano, 1968 Courtesy Elena Ceratti ©Elena Ceratti

Il 1968 è solo l’inizio, per i giovani di tutto il mondo, per fare rivoluzione; è solo l’inizio per gli operai di gridare a gran voce i propri diritti e manifestare contro un sistema parassitario; è solo l’inizio per l’arte di rinnovarsi. Gli artisti di tutto il mondo, con espressioni artistiche diverse, spesso lontane e contrapposte tra loro, spezzano le barriere, scavalcano i limiti imposti dalla pittura e dalle istituzioni. È così allora che nella splendida cornice della Galleria Nazionale si è immersi nell’arte che ha saputo dar voce al tempo e testimoniare una crasi con il passato, opponendosi alle leggi di una creatività chiusa entro schemi. Le opere esposte in mostra che spaziano da protagonisti dell’Arte Povera, come Anselmo e Calzolari, a quelli della Scuola di Piazza del Popolo, come Schifano e Franco Angeli, sino ad allungare lo sguardo ai Minimalisti oltreoceano quali Eva Hesse e Sol LeWitt, sono sintomatiche di una situazione in evoluzione, di una presa di coscienza. L’insieme di materiali, immagini, tematiche affrontate, è lo specchio che riflette una forte volontà di rinnovamento, di sintonia di ogni momento della vita e di ogni suo aspetto caratterizzante: dalla politica all’università, dall’antropologia alla sociologia.

è solo un inizio. 1968, Installation View, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, Roma

Il ‘68 in Italia si caratterizza per l’appropriazione di un linguaggio artistico lontano da quello fino a quel momento professato: Ritratto di Mao con bandiera rossa (1968) di Franco Angeli definisce una presa di posizione nella quale è esplicito il messaggio di una rivoluzione in corso, tramite l’adozione di figure iconiche legate ad un panorama rivoluzionario e politico ben specifico, come in questo caso l’impiego della sagoma di Mao Tse-tung.

La vita, e conseguentemente l’arte, sono trasformate in azioni, in eventi: si va oltre il supporto materiale per entrare in contatto con la realtà e fare del proprio vissuto la cornice ideale di un’opera d’arte. Non a caso gli happening, le performance, le azioni presso l’Attico di Sargentini – che in quell’arco temporale si sposta dalla galleria di Piazza di Spagna ad un semplice garage, rivoluzionando il concetto stesso di spazio espositivo – prendono piede proprio dal 1968. Non è un caso che anche la Biennale di Venezia fu presa di mira da parte di  artisti e studenti che contestarono il sistema di selezione di artisti e opere su cui la rassegna si era sempre basata: artisti di molti paesi aderirono a manifestazioni e in segno di solidarietà coprirono o girarono le loro opere.

è solo un inizio 1968 -installation view

In questo clima di tensioni e sommovimenti popolari, l’arte doveva in qualche modo reagire e dire la sua, veicolare i messaggi di insoddisfazione del popolo, di rinnegamento delle classi dirigenti. Alighieri Boetti, uno dei maggiori protagonisti dell’Arte Povera, si espresse in merito alle dinamiche geopolitiche in corso con una serie di tele recanti il planisfero: la tela in mostra,  Planisfero politico(1969) presenta a noi uomini del futuro, il mondo degli anni Sessanta. La differenziazione che l’artista opera a livello cromatico sembra delineare i confini degli stati, creando una visione universale, unitaria del globo terrestre e, tramite  l’innesto di bandiere di specifiche nazioni, sembra suggerire che non esistono barriere ma diversità che possono trasformarsi in ricchezze culturali.

Sembra invece essere contrario alla lettura propositiva di Boetti, Luciano Fabro che, con Italia rovesciata (1968), invia un messaggio di “aiuto” ai proprio contemporanei. L’artista pare quasi affermarmare che, una penisola capovolta, sotto il peso di rivolte ed insoddisfazioni sociali che danno libero sfogo ai propri sentimenti, è il ritratto di una nazione che cede sotto il peso della rivoluzione.

Luciano Fabro, Italia rovesciata, 1968, MASI, Lugano. Deposito da collezione privata foto courtesy MASI, Lugano

Che forse Fabro avesse intuito che il ‘68 segnava l’inizio di un qualcosa che avrebbe per sempre modificato l’aspetto della sua nazione, dell’Europa ed il pensiero dei cittadini?

“È solo un inizio” è stato uno slogan, capace di sollevare le masse, un grande manifesto da una forte spinta propulsiva che, come tutti i fermenti, ha avuto il suo momento di apice per poi sopirsi lentamente, lasciando tuttavia la sua traccia indelebile, testimoniata grazie al fervore che lo aveva accompagnato e alla creatività che lo ha caratterizzato.  La sfida della mostra alla Galleria Nazionale pare dunque quella di mostrare, alle porte del cinquantesimo anniversario del 1968, che l’Italia ed il mondo intero, subirono una scossa sociale, artistica e culturale i cui lasciti ancora sono dentro di noi e sono alla base della nostra civiltà del XXI secolo.

Giulia Pardini

About the author

Giulia Pardini

Nata a Lucca, compie i propri studi tra Pisa, Venezia e Roma, specializzandosi in project managing e curatela nell’ambito degli eventi culturali. Attualmente vive a Roma dove lavora come assistente curatrice occupandosi di progetti legati ad artisti contemporanei.

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