Arte e Fotografia

10 progetti da vedere durante Manifesta 12 a Palermo

Appunti di viaggio: Alla scoperta di una Palermo perduta.

Non c’è mai documento di cultura che non sia, nello stesso tempo, documento di barbarie. W. Benjamin 1955c

La Biennale Nomade Europea Manifesta, per la sua dodicesima edizione, sceglie la città di Palermo per analizzare tematiche legate ai fenomeni migratori e alle trasformazioni geopolitiche ed ecoambientali oggi in corso nel mondo. Palermo viene scelta proprio per la sua complessa struttura urbana fatta di stratificazioni di culture e civiltà differenti che si sono susseguite negli ultimi 2000 anni. Manifesta si snoda attraverso il fitto centro storico della città, permettendo di riscoprire quei luoghi che raccontano una civiltà fatta del susseguirsi di flussi migratori. Greci, Arabi e Normanni permisero la nascita di una cultura urbana fatta di società multietniche e culture ibride, e ancora oggi le contaminazioni Nord africane, Sud est asiatiche e Medio orientali raccontano una Palermo che sottolinea l’importanza delle biodiversità culturali, storiche e climatiche. Citando Ian Chambers: come luogo specifico, il Mediterraneo evoca il continuo intrecciarsi di radici e rotte diverse; nella sua “lunga durata” si tratta di luoghi di sedimentazione ma anche di dispersione (Ian Chambers, Migrazioni, modernità e il Mediterraneo, pag. 104). Questo, per certi versi, è un po’ quello che accade passeggiando per le varie location scelte da Manifesta, dove la potenza evocativa degli edifici accoglie gli artisti di Manifesta e stupisce i visitatori. Alla fine del “tour” si insinua un dubbio; se la potente bellezza dei luoghi delle volte appare sovrastare quella delle opere o se questo amalgamarsi e intrecciarsi di antico e contemporaneo serve a sottolineare l’importanza di una identità multiculturale fatta di scambi, migrazioni e realtà meticciate.

Sicuramente una delle installazioni più riuscite nel relazionare spazio architettonico e opera è quella del duo Masbedo, Protocol no. 90/6 presso l’Archivio di Stato di Palermo. L’immagine di un pupo siciliano compare nel colossale video allestito nella sala delle Capriate, una delle stanze più antiche dell’Archivio di Stato. Migliaia e migliaia di faldoni impolverati e documenti non catalogati affollano la sala, stratificando polvere e memoria storica sotto lo sguardo corrugato e curioso di un pupo animato dal suo costruttore, Mimmo Cuticchio.  Tra i faldoni uno aperto, illuminato e datato 1956 contiene numerose pratiche e denunce imputate ad artisti, registi, giornalisti e scrittori. la video installazione, che vuole aprire una riflessione sulla pratica della censura e della rimozione, si ispira alle vicissitudini del regista Vittorio De Seta, più volte nella sua carriera, controllato e ammonito dalle Autorità.

Archivio di Stato – Masbedo

Negli splendidi spazi del Palazzo Forcella De Seta si susseguono una serie di lavori che portano a una riflessione sulle controversie legate alla migrazione e alla diversità razziale e culturale. Il palazzo stesso, con la sua struttura architettonicamente poliedrica, di base neoclassica ma che si ispira alle regge palermitane arabo-normanne racconta la splendida coesistenza di culture differenti. Ospite di una di queste è il video di Kader Attia, The Body’s Legacies. The Post-Colonial Body, dove l’artista intervista quattro persone i cui progenitori furono schiavi o membri di popolazioni colonizzate, proponendo così una riflessione sulla repressione del corpo post-coloniale. Attia approfondisce il rapporto tra individuo e corpo sociale, focalizzandosi in particolare sul corpo post-coloniale contemporaneo. L’artista è particolarmente interessato a indagare la trasformazione del corpo dei discendenti degli schiavi e delle popolazioni colonizzate, in un momento in cui siamo testimoni di un nuovo fenomeno di dislocamento di corpi, come il fenomeno attuale della crisi dei rifugiati.

Palazzo Forcella De Seta – Palermo

Il lavoro di Yuri Ancarani invece crea una relazione non tanto con il luogo architettonico, quanto con il nome di esso. L’ Oratorio della Madonna del Rifugio dei Peccatori viene, all’interno, adibito a piccola sala video per ospitare le due opere dell’artista, Whipping Zombie e Lapidi che raccontano le pratiche legate alla memoria dei defunti. Dal lontano villaggio di Haiti di Whipping Zombie che narra i rituali legati al culto e la pratica della trance e possessione, alle  lapidi, del video Lapidi, sparse per la Sicilia che ricordano le vittime della lotta alla mafia. Il simbolo, il monumento, il luogo e il rito si manifestano nei due video tramite un dialogo che attenziona tematiche come quelle della memoria, della rimozione e della connessione tra luogo fisico e memoria sociale. In Whipping Zombie le pratiche rituali emulano azioni che ricordano le pratiche punitive afflitte agli schiavi, mentre in Lapidi il susseguirsi di monumenti commemorativi e lapidi affiancate a immagini del luogo nel quale esse risiedono ricorda un veloce tour fotografico per turisti. Ed è proprio in questo corto circuito percettivo, che l’artista mette in discussione l’efficacia stessa del meccanismo di ricostruzione e guarigione della memoria sociale.

Yuri Ancarani – WHIPPING ZOMBIE

Incompiuto: La nascita di uno Stile è un’indagine documentaria di Alterazioni Video su quello che il collettivo di artisti definisce “il più importante stile architettonico italiano degli ultimi 50 anni”. Dieci anni di documentazione e di interventi sul territorio italiano per una raccolta di oltre 750 costruzioni incomplete in tutta Italia, che formano una nuova prospettiva con la quale rileggere il paesaggio italiano. L’architettura incompiuta, da non confondere con quella abbandonata, permette una sospensione temporale di una struttura che non è né mai stata finita né tanto meno abitata. Un interstizio che racconta una memoria sospesa attraverso la sua struttura fatiscente e magica. Il progetto viene raccontato tramite una spettacolare istallazione video che ci porta attraverso questi surreali luoghi fatti di cemento e metallo, ma con un’anima silente nel suo immobile splendore. Il progetto, che ha vinto il bando Italian Council 2017, si compone di una pubblicazione, curata insieme a Fosbury Architecture e di una mostra a cura di Davide Giannella.

Alterazioni Video – Incompiuto: La nascita di uno Stile

Grazie alla spinta dei Collateral Events di Manifesta nasce il progetto KaOZ di Andrea Kantos, in collaborazione con Dimora OZ, Collective Intelligence e Analogique. Kaoz, spazio fisico di Dimora OZ, si pone l’obiettivo di creare una rette nazionale e internazionale di scambi artistici, culturali e intellettuali su quattro temi: continuità, coesistenza, connettività e comunità. Uno spazio, dove professionisti di settori culturali diversi si scambiano e alternano sempre in funzione di un unico obiettivo: creare un confronto aperto sulle più imminenti questioni legate alle pratiche artistiche e sociali. KaOZ ha una fittissima serie di eventi che si susseguono da aprile, inoltre ospita altri tre Eventi Collaterali di MANIFESTA 12: Border Crossing, Arts & Connectography e  Liminaria che presenterà il suo progetto a ottobre. Il programma è formato da diversi progetti a cavallo tra Piazza Magione e gli edifici adiacenti, adibiti a hub per mostre, residenze d’artista, conferenze, spettacoli, happening e installazioni multimediali.

Tutti i dettagli su www.dimoraoz.it

Kaoz – Dimora OZ

Altro evento collaterale di Manifesta 12 di spicco è DRIFT, un intervento pubblico del duo italo-americano Lovett/Codagnone. L’intervento consiste nell’affissione di una serie di immagini realizzate da Lovett/Codagnone, stampate in 20 poster 6x3mt e allestite su billboards, impianti di pubblicità inseriti nello spazio urbano della città di Palermo, dal centro alla periferia. Il progetto crea un’interferenza percettiva rielaborando la reale funzione della cartellonistica pubblicitaria, innescando una riflessione sulla domanda e offerta nel marketing, delle sue tecniche di divulgazione e la relazione tra domanda commerciale e domanda culturale. Lo sviluppo tecnico dell’intervento è promosso da Alessi S.p.a, società di pubblicità esterna che ha capito il valore del concetto di DRIFT. Il progetto, a cura di Antonio Leone e Salvatore Davì, è stato ideato e coordinato da Francesco Costantino e Fausto Brigantino, co-fondatori dello studio Azoto – projects & communication, in collaborazione con ruber. Organization for contemporary arts.

DRIFT – Lovett/Codagnone

Presso il suggestivo Palazzo Ajutamicristo è installata la performance sonora dell’artista algerina Lydia Ourahmane, The Third Choir. Nata nel 1992, a Saïda, in Algeria, vive a Londra e lavora tra il Regno Unito e l’Algeria. La sua pratica artistica coinvolge nuovi media, nell’indagare le dinamiche interne alle strutture sociali e politiche. Le opere di Lydia Ourahmane spesso raccontano dinamiche che riguardano la storia e il presente dell’Algeria oltre alla vita quotidiana dopo la guerra civile del 1997-1998. Venti barili vuoti  di petrolio Naftal, esportati dall’Algeria nel 2014. Ogni barile contiene un telefono cellulare sintonizzato sulla medesima frequenza di un trasmettitore radio FM; i cellulari emettono così simultaneamente lo stesso brano le cui sonorità riecheggiano amplificate dai barili. The Third Choir si focalizza sull’oggetto come status che riflette i meccanismi di spostamento geografico legati a interessi economici e politici e la relazione tra lo spostamento di questi barili con il fenomeno dei flussi migratori. Di ogni barile è stata raccolta tutta la lunga documentazione burocratica per lo spostamento dei barili in Europa. Interessante è sapere che The Third Choir è stata la prima opera a essere legalmente esportata dall’Algeria dal 1962, anno dell’entrata in vigore delle leggi per la limitazione del trasporto delle opere d’arte dopo la liberazione dell’Algeria dal dominio francese.

Sempre nell’atrio alberato del Palazzo Ajutamicristo è installata una cabina telefonica dalla quale è possibile chiamare i servizi segreti. L’irriverente progetto del collettivo Peng! Collettive, Call a Spy, your direct line to the secret services, utilizza la tecnologia moderna per stabilire una connessione con uno dei migliaia di numeri di telefono interni dei dipendenti dei servizi segreti negli Stati Uniti, Germania, Regno Unito, Canada e Francia. Le chiamate vengono instradate attraverso una rete privata virtuale e non possono essere rintracciate. L’idea nasce grazie alle rivelazioni, nel 2013 di E. Snowden, che la nostra comunicazione è sorvegliata costantemente. Partendo da questo, Peng!Collettive, fa un ribaltamento dell’azione del sorvegliare e dona per pochi minuti questo “potere” ai fruitori di Manifesta 12, offrendo la possibilità di tenere una conversazione con i dipendenti stessi dei servizi segreti grazie a un database con più di 5000 numeri trapelati da fonti interne. Un gioco di “scambio delle parti” che, con un sorriso amaro, porta a riflettere su tematiche importanti come il controllo sociale, la violazione della privacy individuale e della libertà collettiva.

Peng! Collettive – Call a Spy, your direct line to the secret services
Immerso nello storico quartiere della Kalsa troviamo, con il suo sapore legato alle tradizioni popolari e al folklore, il piccolo, splendido Teatro Ditirammu, che accoglie il progetto OZIO con Anca Benera + Arnold Estefan, Ishion Hutchinson, Concetta Modica, Sanford Biggers. Ozio è un progetto curato da Adina Drinceanu che si dirama , attorno alla sede del Teatro Ditirammu, in varie location a Palermo dall’11 giugno all’11 luglio, con spettacoli, eventi e proiezioni. Partendo dal detto popolare “siciliano lagnuso” (dal dialetto pigro) parte una riflessione sul termine ozio visto non soltanto con un’accezione negativa. Il termine italiano ozio ha molteplici significati. È associato con l’ozio, il tempo libero, l’accidia, la contemplazione, l’inattività, l’indolenza, l’inerzia, la fatica, o innescate dalla natura, o dal desiderio o dalla costrizione. Storicamente, ozio è un concetto bipolare. Questo lemma e i suoi derivati ​​riflettono una lunga tradizione di impegni filosofici, religiosi e letterari, in cui ozio è usato in modo ambivalente, sia con connotazioni positive che spregiative.

Tutti i dettagli su www.ozio.art

Teatro Ditirammu- OZIO

All’interno di Palazzo Ziino monumentali wall drawings, opere su carta e installazioni guidano lo spettatore attraverso una giungla di emozioni primordiali in Liberty We Trust dell’artista palermitana Gabriella Ciancimino. Il progetto nasce  da  una  riflessione  che  l’artista  conduce  da  tempo  coniugando  pensiero  politico  e  ricerca  botanica.  Al  centro,  il  valore  simbolico  attribuito  alle  piante  endemiche che  migrano  e  resistono  adattandosi  a  climi  e  assetti  differenti. Ad ispirare l’artista sono  stati gli  stilemi  vegetali  che popolavano  le  architetture  del  celebre  maestro  del  Liberty  siciliano Ernesto Basile. Con la stessa modalità estetica e stilistica del Liberty la Ciancimino con i suoi disegni popola  le  pareti  delle  sale  espositive. Liberty We Trust parte da un lavoro di ricerca, archiviazione e studio delle  specie  vegetali  insediatesi  sulle  coste  della  Sicilia  e  l’attenzione  si  è  focalizzata  su  quelle  piante  che  hanno  sviluppato  diverse  forme  di  adattamento,  che  consente  loro  di  vivere,  non  solo  sopravvivere,  in  ambienti  salini  e  aridi.  Ciancimino  associa  a  queste  piante,  simbolo  di  resistenza,  alcuni  slogan  che  diventano  metafore  politiche.  Il  suo  intento  è  quello  di  rileggere  le  dinamiche  di  mobilità, di appartenenza, di adattamento  e  di  convivenza  tra  culture  e  colture  differenti.

Liberty We Trust – Gabriella Ciancimino

Per info dettagliate su tutti i progetti di Manifesta 12 e Collateral Events: http://m12.manifesta.org

Sasvati Santamaria

About the author

Sasvati Santamaria

Nasce il 18/02/1983, a Palermo. Frequenta L’Accademia di Belle Arti nella città nativa. Frequenta un Master allo IED in curatela, facendo la sua prima importante esperienza presso il concorso Talent Prize 2012. Cura diversi progetti, perseguendo sempre l’obiettivo di concentrare l’attenzione sulle pratiche sperimentali di giovani artisti.

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